Tributo a Francesco Jerace, il più illustre degli artisti polistenesi /1^ parte

Per celebrare l’arte di Francesco Jerace, senza ombra di dubbio il più illustre degli artisti polistenesi di ogni tempo, avremmo potuto utilizzare le tante biografie ed i saggi scritti da nostri concittadini sulla sua vita e le sue opere.
Ma la grandezza dell’artista ci impone, a mio avviso, un orgoglioso distacco da facili campanilismi e spocchiosi provincialismi: Francesco Jerace è un artista di livello internazionale, che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’arte italiana nel mondo.
Ascoltiamo quindi le parole di illustri studiosi che lo vedono per questo suo aspetto superiore, non con l’affetto di conterranei orgogliosi.
Tra l’altro dobbiamo ricordare che come polistenesi non abbiamo certamente fatto ancora tutto il nostro dovere per celebrare degnamente questo grandissimo artista, figlio di una città che, lui vivente, forse non l’ha abbastanza amato, e che fino ad un recente passato l’ha solo tiepidamente ricordato.

G.P.

FRANCESCO JERACE

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A cura di Salvatore G. Santagata
con scritti di
Alfonso Frangipane
Cesare Mule’
Domenico Teti

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AL LETTORE
La scultura di Francesco Jerace è di lettura facile, piana, immediata.
I suoi busti, i suoi ritratti, i suoi monumenti sono subito godibili, senza l’intermediazione del critico o la ricostruzione storica di ciò che rappresentano.
Nel curare questo volume si è tenuto conto di questo concetto fondamentale che è già una valutazione dell’arte dello scultore di Polistena.
Non si sono tentate, per questa fondamentale ragione, interpretazioni particolari, ma ci si è affidati ad una descrizione quanto più veritiera possibile di quelle opere, i gessi, che il lettore potrà andare a vedere di persona nella gipsoteca di Catanzaro e delle altre, in marmo od in bronzo, che sono nelle altre province della regione, nel resto dell’Italia e nel mondo.
Se non si è limitata L’analisi ai soli gessi, è, perché, è parso doveroso tentare di dare un ritratto completo del complesso artista, partendo dalle sue primissime esperienze scultoree fino all’ultima opera, il San Ciro della Gipsoteca, che è del 1936 e che Jerace, per la sopravvenuta fine, non riuscì a modellare nel marmo come si era proposto .
Tra tanti scritti che avrebbero potuto dare di Francesco Jerace la dimensione di grande artista, si è ritenuto di dover riproporre la biografia ed un ricordo di Alfonso Frangipane, per il doppio legame che questo grande della cultura ebbe con Jerace da una parte e con la Calabria, dall’altra.
Gli interventi di Cesare Mulé e di Domenico Teti completano, specie per quanto attiene la vicenda della donazione e della gipsoteca, la ricostruzione.

SALVATORE G. SANTAGATA

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FRANCESCO JERACE,  UN GRANDE DI IERI
«Patisco d’amor patrio, soffro di sentimentalità per il glorioso nostro passato, mi cruccio dell’abbandono in cui siamo caduti e tenuti… e specialmente cerco di far apparire nobile, grande e bella la nostra Calabria, anche quando è giustamente accusata».
Così scriveva, nel 1909, nella pienezza, cioè, della sua maturità fisica ed artistica, Francesco Jerace.
Da autentico calabrese, non provinciale, Jerace, parlando di «glorioso passato» intendeva riferirsi al periodo magno-greco, a Sibari, a Crotone, a Locri, a Reggio, a Medma, ad Hipponion, ma anche al Brutium e poi a quella Calabria conquistata dai Romani, al dominio di Augusto ed al consolidamento del latifondo. Pensava anche, Jerace, alla diffusione in questa estrema regione, del Cristianesimo, alla conquista bizantina, alla Calabria sotto i Longobardi, alla minaccia degli Arabi ed al monachesimo, per scendere poi ai Normanni, agli Svevi, agli Angioini, al feudalesimo ed alla formazione dei comuni, agli Aragonesi e Spagnoli, fino ai Borbone ed al Risorgimento. Un «glorioso passato» che si era venuto pian piano offuscando fino ad esplodere, poco dopo l’unità, nell’«abbandono» della cosiddetta «questione meridionale».
Un «abbandono» che Jerace sapeva non essere un naturale portato della storia, ma la conseguenza di scelte sbagliate del Borbone, sul piano locale, e di indirizzi di politica economica penalizzanti il Sud, sul piano generale, conseguenti all’unità d’Italia. Sapeva, anche, Jerace, che, «dopo l’unità, il Sud, pur avendo il 27% del reddito nazionale, pagava il 32% delle imposte», visto che le attività industriali e commerciali del Nord, rendevano già allora, più facile l’evasione fiscale; che le erogazioni ed i finanziamenti statali in favore del settentrione erano, già allora, relativamente maggiori e più consistenti; che, ancora, le industrie del Nord si erano potute sviluppare meglio e più facilmente, anche grazie al risparmio meridionale ed alle rimesse degli emigranti, drenati dagli istituti di credito e finanziari. Sapeva ancora Jerace che quella condizione veniva mantenuta stabile con una politica delle imposte che penalizzava il Sud attraverso il sistema della tassazione indiretta e che, infine, la depressione economica di tutto il meridione, così provocata e mantenuta, teneva a livelli bassi il diritto di voto dei meridionali, visto che vigeva allora il sistema del voto per censo.
Era più o meno questa la situazione quando Jerace era fuggito da Polistena per andare, non al Nord d’Italia, ma a Napoli che, di quel meridione era la capitale, avendo mantenuto ben oltre l’unità d’Italia le prerogative economiche e culturali cui l’aveva portata, per ultimo, la monarchia borbonica.
Francesco era nato a Polistena nel 1853, da Fortunato e Maria Rosa Morani, figlia di Francesco. Quest’ultimo, terzo di tre figli di Fortunato Morani, aveva avuto in eredità la bottega del padre, attorno alla quale erano ruotati gli artisti, pittori, scultori, intagliatori e disegnatori che avevano lasciato grandi segni nella zona ed in tutta la provincia. In quella bottega, Francesco Jerace cominciò da piccolissimo le sue esperienze artistiche, subito distinguendosi tra gli altri giovani frequentatori per la capacità di modellare la creta, ma anche per la semplicità del suo tratto nel disegno.
Sicché, quando il padre, preoccupato per l’avvenire suo e della famiglia, alla fine del 1868 tentò di convincerlo ad andare in seminario per farsi prete, ne ottenne subito un rifiuto ostinato e deciso. Tanto deciso che Francesco, per evitare ulteriori insistenze, l’anno successivo, 1869, partì per Napoli.
Aveva, Francesco Jerace, appena sedici anni e compiva il grande passo, da una parte per sfuggire all’imposizione paterna, ma dall’altra e fondamentalmente, perché sentiva ormai tutte le ristrettezze dell’ambiente in cui si era cresciuto e che, ormai, non era più in grado di insegnargli altro che lo aiutasse a migliorare la sua capacità di modellare e di disegnare. Sperava, poi, il giovane, in una buona accoglienza da parte dello zio, Vincenzo Morani, che a Napoli era pittore stimato.
Ma lo zio non accolse il nipote ribelle, anzi lo rimbrottò, sicché Francesco si trovò solo. Non gli mancava il coraggio e la cocciutaggine tutta calabrese dava alla sua scelta artistica la concretezza delle cose volute e perseguite nonostante tutte le difficoltà. Il giovane polistenese riesce così ad entrare nell’Istituto di belle arti.
Per chi, come lui, ha determinazione e profondo convincimento, il più era ormai fatto. Dall’istituto gli si apre il mondo ufficiale dell’arte partenopea. Conosce pittori e scultori e comincia a frequentare, sebbene giovanissimo, il loro mondo, ma non solo quello. Francesco Jerace, infatti, mostra un grande interesse per la cultura in generale e molta attenzione anche per le cose della politica e dell’economia. Frequenta la casa di una famiglia di calabresi illustri e dotti, quella dei De Luca e, poco dopo, anche quella di Francesco de Sanctis.
Dei suoi maestri, della sua crescita artistica nella città partenopea ed in Italia, dice ampiamente nella biografia che si ripropone, Alfonso Frangipane, che di Jerace, oltre che grande estimatore, fu amico carissimo. Quella biografia, scritta per la collezione di «studi e ritratti calabresi» del giornale d’arte “Brutium“, pubblicata dalla editrice «La Sicilia» di Messina, nel 1924, abbiamo inteso riproporre, dopo averne ottenuto l’autorizzazione della figlia del prof. Frangipane, Signora Raffaella Frangipane Medici, perché vi abbiamo ritrovato tanta freschezza di trattazione e tanta attenzione critica che la fanno attuale e viva e valida ancora oggi, come sempre è per le cose scritte non per piacere verso una o più persone, ma per dovere verso se stessi e verso la storia.
Tale è da considerare la biografia di Frangipane che ripercorre la vita di Jerace, da prima che questi nascesse, fino, appunto, al 1924.
Quello che veniamo, molto più modestamente, aggiungendo noi e l’altro degli altri più illustri che pure in questa monografia abbiamo ritenuto di dover coordinare e curare, per dare del Polistenese un ritratto quanto più possibile completo, deve, appunto intendersi, completamento e attualizzazione della sua figura di scultore ed operatore culturale meridionale.
Intorno al 1870, Francesco Jerace apre, in un «basso» del Parco Grifeo, il suo primo studio. Da lì, da quel Parco che diventa il punto fermo della sua pur abbastanza movimentata esistenza, non si muoverà più, sempre ritornandovi come in un rifugio, dopo le scorribande nel nord d’Italia ed in Europa. In quello stesso parco si farà costruire una bella casa ed in quella casa, da buon calabrese legato al proprio gradino, Jerace morirà, il 18 gennaio del 1937, esattamente cinquanta anni fa.
Nell’umido studio del Parco Grifeo, Francesco Jerace riceve la prima «commessa» ufficiale da Marta Sommerville: il monumento funerario della defunta madre di Marta, Mery, scrittrice e scienziata. Siamo nel 1873, Jerace ha appena vent’anni. Lavora a quel primo incarico con la passione di cui già aveva dato prova negli anni della scuola e con la ostinata insistenza e convinzione che da Polistena lo avevano portato a Napoli contro il volere della famiglia e, particolarmente, del padre. I1 risultato è, però, pari alle attese sue e della committente che ne resta affascinata ed entusiasta e lo ripaga con danaro, belle parole e presentazioni. Queste ultime valgono, forse, più del denaro che ne ricava, perché gli fruttano altri lavori importanti e tante conoscenze, anche nel mondo internazionale.
Sono, infatti, di quegli anni le visite e le commissioni dell’imperatore del Brasile, don Pedro II, dei familiari di Lord Spencer e di Lord Lamb, della famiglia Tolstoi di Odessa. Per tutti questi signori di valenza e nome internazionali, Jerace modella busti che vanno a Londra, a Capo di Buona Speranza, ad Odessa. Egli, però, non dimentica di scolpire per suo godimento: è dello stesso periodo, infatti, il gruppo di «Eva e Lucifero», col quale partecipa alla mostra universale di Parigi del 1878 e di un anno prima il famoso «Guappetiello», nel quale il Polistenese dà una prova magistrale della sua capacità plastica, pur al di fuori di schemi accademici e di stilemi classici.
Di questo stesso periodo, che possiamo definire iniziale dell’attività del Nostro, è anche una celebre opera che si trova in Calabria, nel cimitero di Schiavonea a Corigliano Calabro: l’Angelo della tomba Compagna.
Col 1880 comincia il periodo della pienezza artistico-compositiva di Francesco Jerace, la cui grande capacità plastica, nel modellare il marmo, esplode a Torino con la «VIcta» che, in un mirabile e plastico busto di donna, simboleggia la Polonia sotto l’oppressione. Di questa opera, inviata all’esposizione di Torino, insieme con «I legionari di Germanico» e l’altra figura femminile, «Marion», Jerace farà ben diciotto esemplari. L’originale viene acquistato dal senatore Susani di Milano. Un esemplare è nel palazzo dell’Amministrazione provinciale di Reggio Calabria.
Critici ed intenditori, ma anche i semplici visitatori, restano estasiati davanti il volto ed il busto di Victa, nel quale si fondò, in un equilibrio eccezionale, la classica serenità con la vibrante passione. È un vero trionfo per il Polistenese che, sull’onda di quel successo, produrrà, nel periodo immediatamente successivo, altre figure muliebri di livello elevatissimo: Carmosina, Hadria, Ercolanea, Fiorita, Nosside, Eroica, Myriam, fino ad «Era di maggio».
La sua mano plasma la creta con sicurezza e fantasia, legando il classico al moderno, e facendo già intravvedere la sua capacità di modificare anche alcuni vecchi canoni di perfezionismo. I suoi ritratti di donna, aveva così cominciato con Victa, spuntano dal blocco del marmo informe e impongono la loro presenza fisica e spirituale attraverso la perfezione dei tratti e la composta espressione dei sentimenti.
Il successo di Torino lo impone all’attenzione del mondo artistico internazionale: le sue opere vanno in America, in Grecia, a Cuba, a Dublino, in Svizzera, in Inghilterra, in Polonia, in Austria, a Capo di Buona Speranza, in altri paesi del mondo ed in tutta Italia. Soprattutto a Napoli, Jerace diventa un riferimento obbligato. E, quindi, egli giunge anche in Calabria. Scolpisce opere per Catanzaro, Reggio Calabria, Cerchiara, Stefanaconi, Laureana di Borrello, Radicena, Corigliano Calabro e per la sua Polistena.
Con la notorietà comincia anche il periodo dei ritratti importanti, degli uomini illustri del momento, da Francesco Crispi ad Umberto di Savoia. Anche nella ritrattistica, egli si distingue e si esalta, riuscendo assai più spesso di quanto ad altri, ed anche ai maggiori, non riesce, di tradurre nei lineamenti facciali, più che le fattezze proprie dei soggetti che va ritraendo, le inteme pieghe dei sentimenti degli stessi.
Ma là dove Francesco Jerace veramente si distingue e segna una svolta storica è nella concezione del monumento. La composizione monumentale con il Polistenese viene estratta dalla rigidità schematica del fatto che si sovrappone al contesto ambientale, per diventare un momento di completamento e migliore definizione del contesto nel quale viene inserito.
La rigidità architettonica che ne aveva caratterizzato lo schema per tutta la prima metà dell’Ottocento, viene superata da Jerace con accorgimenti che oggi ci appaiono semplici e piani, ma che all’epoca dovevano e furono considerati dei veri e propri rivolgimenti canonistici. Già nel monumento a Francesco Fiorentino, che è nella Villa Trieste di Catanzaro ed è di poco successivo alla Victa, Jerace compie un primo miracolo di perfetta saldatura tra il busto del filosofo ed il suo basamento, il tutto inserendo perfettamente nel contesto della lussureggiante vegetazione della villa. Ma dove veramente il Maestro dà il segno del mutamento e della grande novità, è nel monumento a Gaetano Donizetti, a Bergamo, che è del 1897. Egli ebbe l’incarico dopo un concorso nel quale aveva dovuto battere non soltanto i suoi colleghi, ma la già manifesta antipatia dei settentrionali per tutto quanto fosse meridionale. Era, peraltro, da poco trascorso il tempo dell’unificazione, le polemiche erano vive tra le due italie e ci si preparava a dare del divario economico che il Sud faceva gia,segnare, spiegazioni assurdamente cromosomiche.
A concorso vinto, Jerace si buttò sull’opera con la passione che gli era propria, sorretta da una grandissima capacità e volontà di lavorare e superarsi. Ad opera finita egli stesso fu convinto di essersi superato, anche grazie alla grande passione che da sempre sentiva per la musica e che, nel caso specifico, lo aveva non poco aiutato nella realizzazione monumentale e nella resa plastica di quanto la musica riusciva a produrre in suoni armoniosi. E si può dire con tranquillità che, nel monumento di Bergamo, Jerace riuscì veramente a fondere perfettamente e plasticamente i concetti, le idee e la musica, dando alla città lombarda una delle poche opere monumentali che ornano sul serio e rendono più gradevole un ambiente.
Sono successivi, ma certamente non meno riusciti ed importanti il monumento a Gabriele Pepe, a Campobasso, quello a Gaetano Cimarosa ad Aversa, quello a Beethoven al San Pietro a Mailella a Napoli e tanti, tantissimi altri che il lettore pignolo potrà trovare enumerati tra le opere, così corne elencate nell’indice attento, ma sicuramente non esaustivo, che ne ha fatto la figlia Nina, la quale, prima di morire, ha lasciato al marito, Luigi Matafora, tutta la ricca documentazione sull’illustre genitore. Quella documentazione, amorevolmente completata in anni di lavoro e ricerche sta, ora, per essere data alle stampe e sarà certo la monografia più completa sulla vita e l’attività del Maestro di Polistena .
Il senso di questo breve nostro scritto, che non ha pretese esaustive, né della biografia, né dei meriti estetici dell’arte jeraciana, deve ricercarsi nella necessità di inquadrare, alla data odierna, a cinquanta anni dalla morte del Mestro, cioè, la validità della sua presenza nel panorama artistico nazionale. Una presenza che viene legittimata dalle opere di cui si è accennato e dalle centinaia di altre alle quali non si è inteso fare riferimento, perché ampiamente trattate nel ritratto e nel ricordo di Frangipane che pure si pubblicano, negli scritti degli altri autori di questa fatica che il firmatario di questa nota ha avuto soltanto il merito di curare e di mettere insieme, sicché, dall’insieme, appunto, emergesse un ritratto plausibile del grande scultore calabrese.
L’altro compito che la presente introduzione si prefigge è quello di rendere, il più facilmente possibile, leggibili, all’intenditore ed al semplice visitatore, i gessi che, per fortunate coincidenze, raccontate nel suo articolo da Domenico Teti, sono ora patrimonio del capoluogo della Calabria.
Vediamole allora un pò più da vicino queste ventiquattro opere, visto che tali devono considerarsi i gessi di uno scultore, anche se, propriamente, essi rappresentano dei «passaggi» dell’opera definitiva. Opere, però, sono da considerare, perché nel gesso si conserva perfettamente l’impronta della modellazione primigenia dell’opera in creta e, quindi, si può affermare che nel gesso si conserva perfettamente l’ispirazione originaria. Se si aggiunge che nella «gipsoteca» dell’Amministrazione provinciale di Catanzaro, accanto a ventidue gessi, sono anche presenti un busto in marmo (Ercolanea) e due teste in terracotta (Giovanni Patari e Beethoven) che consentono di stabilire il rapporto tra la modellazione della creta, la scultura nel marmo per mano del Maestro, con il passaggio, intermedio, nel gesso, si scopre la validità e l’importanza della esposizione di Catanzaro, il cui valore artistico e la cui portata culturale non sono stati forse ancora appieno colti.
Le opere della «Gipsoteca» catanzarese coprono l’intero arco produttivo di Francesco Jerace.
Esse vanno, infatti, da un frammento del modello in gesso del camino in marmo del salone della villa «La Fiorita», proprietà della famiglia Meuricoffre, a Scudillo di Capodimonte a Napoli, che è del 1875, al San Ciro, statua in gesso, modellata a Napoli, per la chiesa del Gesù Nuovo, nel 1936 e mai scolpita in marmo per la sopravvenuta morte del Maestro. L’intero arco della produzione vi è peraltro presente, non soltanto sul piano cronologico, ma anche su quello dei contenuti. I gessi, infatti, vanno dai ritratti, ai monumenti, ai rilievi, alle statue. Vi è, cioè, tutto Jerace, in un florilegio che il caso fortunato ha voluto fosse così completo e quasi esaustivo, quanto meno sul piano della esemplificazione, della importante presenza del Polistenese.
Senza la pretesa di stilare qui una graduatoria delle più importanti opere presenti, si segnalano alcune, tra esse che, a parere di chi scrive, si distinguono particolarmente, per la particolare felicità della riuscita, o per altri motivi di tipo diverso .
Va segnalata, intanto, la presenza del gesso della Victa, il cui busto in marmo si trova nel Museo Filangieri di Napoli.
Vi è poi una delle tante teste di Beethoven che Jerace modellò in preparazione del monumento al musicista poi eretto, nel 1890 al conservatorio San Pietro a Maiella di Napoli. Di questa terracotta si può dire che, se non fu proprio il modello usato poi per il celebre monumento, fu certamente uno degli ultimissimi: le sue fattezze, l’atteggiamento, il movimento dei capelli e l’inarcarsi delle sopracciglia, sembrano proprio quelli poi fissati nelle fattezze definitive della figura abbarbicata allo scoglio del monumento del Conservatorio.
Per la mole, impressionante nella sua altezza, che supera i quattro metri, va segnalata la statua del generale Gabriele Pepe, che è il modello in gesso servito per il monumento eretto nel 1913 a Campobasso. Parimenti importanti sono da considerare i modelli in gesso del grande gruppo statuario «Il trionfo di Germanico», dei bassorilievi della «Resurrezione di Lazzaro» e della «Carità», nonché i modelli della «Fiorita», del «Satiro», del «Bambino scozzese col cane», del «Fanciullo con angelo», della principessa «Evelina Colonna», di «Carlotta d’Asburgo a Miramare», della «Baronessa von Brentano», di «Umberto di Savoia».
Significativo è il modello in gesso in preparazione del gruppo statuario in bronzo dell’«Azione», per il monumento a Vittorio Emanuele II (Vittoriano) a Roma. Un capitolo a parte sembrano poi formare i gessi del misticismo sacro: «San Francesco di Paola», (modello di una delle quattro statue in marmo per l’altare della Basilica Santa Maria dell’Olmo a Cava dei Tirreni), la «Madonna del Rosario» (modello in gesso della statua in marmo della chiesa del Rosario di Cittanova), l’«Addolorata» (modello in gesso del busto di marmo per la cappella Rodinò di Miglione, nel cimitero di Napoli, 1930), il «San Ciro», grande statua in gesso modellata per la chiesa del Gesù Nuovo di Napoli e rimasta prototipo, perché mai scolpita in marmo, come era previsto, per la sopravvenuta morte del Maestro. Il San Ciro, infatti, era stato modellato nella seconda metà del 1936 e Francesco Jerace il 18 gennaio dell’anno successivo morì.
Si è detto già della terracotta col ritratto di Beethoven, va detto dell’altro ritratto in terracotta, questa volta di Giovanni Patari, noto come Alfio Bruzio. I1 ritratto fu eseguito nel 1934 ed il bronzo che ne fu ricavato fa parte dell’eredità Patari. L’originale in terracotta che fa parte della Gipsoteca catanzarese è assai godibile e, stando a chi il Patari conobbe, per la immediatezza del tratto, perfettamente riuscito oltre che nella rievocazione del sembiante, che è quasi normale per le cose di Jerace, anche per la riproduzione della giovialità del carattere dello scrittore Alfio Bruzio. Prima di dire dell’unico marmo esistente nella importante gipsoteca catanzarese, riteniamo giusto soffermarci un attimo davanti il gesso che ritrae «Carlotta d’Asburgo a Miramare». Si tratta di un ritratto non molto considerato dalla critica ufficiale del Maestro, ma, a modesto parere di chi scrive, di un valore assoluto che eguaglia e forse supera l’intensità espressiva e la perfezione stilistica della stessa «Victa».
La giovane e bellissima donna è ritratta mollemente adagiata col fianco sinistro sul muretto di Miramare, intrecciate le mani là dove il grembo naturalmente s’incurva. Muretto e parte del tronco si confondono ed insieme si ergono dal basamento, da cui emerge in modo vigoroso, conscio della sua bellezza, il busto di questa donna che guarda lontano davanti a sé, avendo negli occhi, grandi e profondi, una intensità ed una dolce fermezza come altri mai è riuscito a dare all’inerte pietra. Nel modello in gesso, che è presente nella Gipsoteca catanzarese, l’intensità dei sentimenti e la perfezione delle linee del viso, del sembiante intero e del busto, fanno un tutt’uno di una vigoria assolutamente inusitata e davanti la quale si starebbe per delle ore, nel tentativo di scoprire quali arcani pensieri assottigliano gli angoli degli occhi della bellissima donna, pur lasciando serena ed ampia la fronte. Non abbiamo avuto la possibilità di ammirare il busto in marmo di questa donna, dal nome tanto illustre, ma dal destino così poco fortunato, di cui a Jerace avrà certamente parlato la moglie, triestina ed irredentista.
Carlotta, figlia di Leopoldo del Belgio, andò sposa, a 18 anni, a Massimiliano d’Austria, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe (meglio conosciuto come Ceccopeppe). A Massimiliano, viceré del Lombardo-Veneto, era toccata la residenza nel castello di Miramare a Triste. Carlotta godé di questa residenza e dei panorami che essa apriva sul mare, sul quale ella spesso allungava (come la coglie Carducci nell’ode «Miramar»), l’«occhio cerulo e superbo», ignara ancora della brutta fine che attenderà il marito, fucilato in Messico e, ancora più inconsapevole di cosa le riserverà il futuro. Carlotta, infatti, dopo la fucilazione del marito, esce di senno e, suo magrado continua a vivere. E vive così fino al 1920, quando, ottuagenaria, muore nel castello di Bouchout in Belgio, dove era stata segregata.
L’unico marmo presente nella Gispoteca di Catanzaro è quello della «Ercolanea» (stranamente classificato come «Donna spagnola»). Il bronzo di questa bella donna è nel Palazzo del Quirinale, essendo stato acquistato a Palermo, dove era stato esposto, dal re Umberto I, nel 1891.
Manca, nella Gipsoteca, il modello in gesso della «Melopea» che era servito per la statua in marmo del monumento a Gaetano Donizetti di Bergamo. I1 gesso della Melopea era tra quelli donati all’Amministrazione provinciale catanzarese dalla figlia dell’ artista, Maria Rosa . Ma, in sede di restauro dei pezzi, il prof. Zino Nisticò ne cercò invano la testa. La statua, acefala, è così rimasta in deposito.
Stranamente, invece, sono regolarmente esposte alcune cose che con Jerace non hanno assolutamente nulla a che fare e che, a nostro giudizio, nulla aggiungono alla grandissima importanza della raccolta, ma, anzi, come avviene per la testa della Minerva e per alcune altre «teste in marmo» di stile romano, ne disturbano la purezza e la continuità di lettura.
Prima di chiudere con pochissime considerazioni sull’ultima fase dell’attività e della vita di Jerace a Napoli, questa nota introduttiva ed illustrativa della Gipsoteca catanzarese, riteniamo doveroso segnalare che, nella Città dei tre colli, oltre l’importante monumento a Francesco Fiorentino, che è all’ingresso della Villa Trieste e gli altri busti, collocati nella stessa villa, vi sono in collezioni private, una «Popolana», in marmo, ed un calco in sesso ed il busto in marmo della signora Anna Bona Barbieri. Si tratta della stessa Signora di cui parla Domenico Teti nel suo intervento ed alla quale è dovuta la donazione. La signora Barbieri, infatti, parente di Scarfoglio e napoletana di origine, era molto intima di entrambe le figlie di Francesco Jerace, ma particolarmente legata a Maria Rosa, dalla quale, dopo la morte del Maestro, ottenne che i «gessi» dello studio Jerace venissero affidati all’Amministrazione provinciale di Catanzaro, con l’espresso impegno (il lettore ne troverà menzione nella copia dell’atto di donazione che viene pubblicato in appendice) che avrebbero costituito una raccolta organica da destinare ad una sala specifica del Museo provinciale da intestare allo scultore.
Nei locali dell’istituto «Ninì Barbieri», una fondazione che si occupa di poliomielitici ed handicappati, sono conservati i gessi di alcune importanti opere jeraciane che, appena restaurati, saranno esposti nelle sale di rappresentanza dell’istituto.
I gessi sono: «La musica», modello della statua in marmo sovrastante il porale della «sala Martucci» nel conservatorio di San Pietro a Maiella a Napoli; la «Mater dolorosa», modello in gesso del gruppo statuario in marmo perla tomba della famiglia cocchia nel cimitero di Napoli. L’opera è stata eseguita nel 1920. Vi è ancora, «L’angelo della carità», modello in gesso del gruppo statuario in marmo per la famiglia Pesmazoglu nel cimitero di Atene, eseguito nel 1910; «L’Addolorata con un angelo», bassorilievo in marmo del 1916 ed infine i «Due bambini napoletani», che è un particolare del modello in gesso del gruppo statuario in marmo, scolpito, nel 1932, per l’altare di San Francesco De Geronimo, nella chiesa del Gesù Nuovo a Napoli.
«Patisco d’amor patrio, soffro di sentimentalità per il glorioso nostro passato, mi cruccio dell’abbandono in cui siamo caduti e tenuti… e specialmente cerco di far apparire nobile, grande e bella la nostra Calabria. . . » . Così, dicevamo all’inizio di questo scritto, scriveva nel 1909 Francesco Jerace. Questo motivo lo aveva accompagnato negli anni difficili dell’ascesa e dell’affermazione, nei giorni e nei mesi e negli anni di duro, continuo e costante lavoro che avevano caratterizzato la sua maturità, durante la quale, se pure impegnato nel pubblico, nelle varie commissioni comunali, provinciali, fino al consiglio comunale, egli aveva continuato ad essere e voler essere solo e soltanto uno scultore, allievo e discendente di quel Ciccio Morano «che mi fece apprendere – come ebbe a scrivere – cos’è l’arte».
Alla Calabria era sempre rimasto profondamente e saldamente legato, oltre che per costumanza di abitudini, per vigorose e mai sopite forme d ‘essere del suo io. L’essere calabrese lo aveva aiutato negli anni delle polemiche, quando la sua crescita gli aveva procurato non pochi nemici e detrattori «Ho maneggiato molto marmo e molto bronzo e mi son fatto tetragono a certi addentamenti»l soleva rispondere alle critiche interessate ed alle malignità che, anche allora, erano il naturale corollario, anche se squallido, della sua crescita costante e della sua affermazione.
In Calabria era spesso, sempre più spesso negli ultimi tempi, tornato per occasioni di lavoro e di godimento spirituale e per ritemprare sempre quella sua dignità che, come scrisse a Borgese «solo la fierezza calabrese conosce». La fine lo trovò ancora nel suo studio, alle prese con un marmo che cominciava a prendere forma, mentre nell’angolo dello studio, quello che egli chiamava «la grotta», una palla grande di argilla già preparata aspettava di essere posta sul banco per essere modellata.
Pativa ancora e si crucciava «per l’abbandono in cui siamo caduti e tenuti». Sapeva bene che anche il fascismo aveva finito con l’aggravare la condizione di marginalità della Calabria. Sapeva, ormai che egli non poteva più farci niente, pur se aveva tranquilla la coscienza di aver tentato, per quanto aveva potuto, con la sua arte, di elevare la sua regione.
Ora Francesco Jerace è tornato definitivamente in Calabria, nel cuore della regione, con le sue cose migliori; con quello che di più bello resta di oltre sessanta anni di fatiche: tali sono da considerare, infatti, i gessi che si possono ora ammirare a Catanzaro. Se veramente la vita, come dicono, non finisce con la morte, il Maestro, di questa soluzione, sarà contento. Ancora una volta, con questo suo estremo contributo, avrà la coscienza di aver «fatto apparire nobile, grande e bella la nostra Calabria».

SALVATORE G. SANTAGATA

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UN CALABRESE NEL MONDO*
Sui declivii dell’Aspromonte, là dove i colli ubertosi e la gran pianura, felice e pingue d’argentei uliveti, più fervono di vita in numerosi borghi, fra cui è Polistena – la perla della Piana! -, inesauste correnti artistiche affluirono fin dalle epoche splendide di Medma e di Metauria.
Tra l’altipiano silenzioso, rupestre e misterioso ed il golfo ampio di Gioia, la gente nostra, addolcito il fiero carattere nella mitezza deliziosa del clima e nell’armonioso contrasto del paesaggio, ha avuto sempre un gusto particolarmente fine ed acuto, un senso della bellezza di sapore prettamente classico.
Ogni anima di neofita o di apostolo dell’Arte quivi s’è sentita, inopinatamente, l’erede dei lontani, ignoti plasticatori, dei maestri squisiti, che perpetuarono, nelle loro piccole opere, i riflessi dell’arte più grande.
Attraverso le varie vicende storiche, i buoni ed i tristi domini quelle terre sono rimaste quasi sempre illuminate da un’ispegnibile civiltà di cultura e d ‘arte .
San Giorgio Morgeto, Polistena, Cinquefrondi, Laureana, Radicena, Cittanova, Oppido, Seminara, Palmi, hanno dato alle scienze, alle arti ed ai mestieri affini all’arte gagliarde energie, cenacoli intellettuali e botteghe operosissime di maestranze, le quali hanno mantenuto virenti, per secoli, le loro ramificazioni e le loro tradizioni.
Spesso rifugiata, raccolta, ma fecondata nell’umiltà di quelle botteghe, nell’attività di semplici artigiani portata attraverso le chiese della provincia ed attraverso l’intimità delle vecchie case patriarcali, la tradizione dei Maestri della Piana ha resistito e preparato in silenzio le sue eminenti espressioni.
Ed in ciò è stata aiutata anche dal convergere di artefici e di apprendisti dei paesi vicini verso quel fertile campo, specie dell’alto Catanzarese, di Serra San Bruno, di Soriano, di Monteleone.
Per rintracciare le fonti della personalità morale ed artistica dei Jerace, bisogna evocare i loro benemeriti antenati.
Bisogna ricordare la famiglia dei Morani, la quale, negli albori dell’Ottocento, dalla provincia Catanzarese, dove aveva operato per circa un secolo accanto ai numerosi artefici del legno, del ferro battuto, dello stucco, monteleonesi e serresi, era stata dalla rivoluzione contro i francesi e dalle persecu zioni di questi sospinta, profuga, verso l’estrema Calabria.
Ne era capo Fortunato Morani, nato a Caridà nel 1768, e distintosi come decoratore, scultore in legno modellatore di stucco, disegnatore di architettura e del quale erano intimi i rapporti con Emanuele Paparo di Monteleone, pittore celebrato in tutta la contrada.
Fortunato Morani si ferma e stabilisce la sua bottega in Polistena, dove l’ingegno versatile di lui si rivela in opere varie; statue in legno, che sono come i riflessi dell’arte gaginesca, tanto nota in quei paesi, gustose decorazioni in stucco e perfino incisioni, cesellature, armi.
Egli è, insomma, come uno dei caratteristici artisti della Rinascenza, che conoscono la tecnica di tutte le arti, che propagano le loro fedi meravigliosamente.
E dalla bottega dei Morani in Polistena, educatrice di molti paesani e dei figliuoli di Fortunato, si partono Vincenzo e Domenico Morani: e l’uno si dimostrerà a Roma ed a Napoli, e specialmente nell’Abazia di Cava dei Tirreni, forte, rappresentativo pittore storico emulo degno di Mancinelli e combattente con gli audaci della Scuola di Posilipo, in un periodo di elaborazione poderosa per la rinascita dell’arte; l’altro si affermerà in quei grandi centri scultore egregio, e nel marmo concentrerà le prime, novelle aspirazioni di morbidezza e di naturalezza (1).
Al terzo fratello a Francesco Morani, figura dignitosa, aristocratica di artista, spetta, frattanto, d’ereditare nella Provincia la stima della scuola paterna; ed egli, abile disegnatore, modellatore sapiente di stucchi e sculture in legno, la mantiene onorevolmente.
E la pleiade dei novizi si allarga e si muove intorno a lui:
Scerbo, i Renda, i Jerace, tutti polistenesi, tutti fioriture spontanee della classica Piana, come i Valensise, i Florimo, i Manfroce, i Sofia, gli Albano; come Michelangelo Russo, sapiente plasticatore, troppo presto scomparso a Napoli sul campo dell’Arte; come altri più modesti, ma devoti cultori della musica, della pittura, della plastica e dell’architettura: i Rovere, i Muratori, i Longo, i Pagani, i Visalli… traggono, nella silente casetta dei Morani, il primo battesimo dell’arte, attingono, fra quelle mura, coraggio e fede.
Ma già più intimi si sono saldati i rapporti tra i Morani ed i Jerace (2).
Di questa famiglia apparve già nel passato il cognorme fra gli artisti, da un M” Severo de Hierace” che nel XVI. secolo collaborava in Napoli ed a Monte Cassino con Andred da Salerno, (3) al polistenese Michelange10 Jerace, musicista del XVII secolo (4). Sappiamo che, impoverita nel 1783, essa mai non decadde nell’estimaziorle dei suoi uomini ingegnosi e liberali, e che, fra questi, nel mattino sanguinoso del secolo scorso, portò la palma del martirio politico quel dotto frate Michelangelo dei Minori che, dopo aver insegnato in Sicilia, finì nell’esilio di Bolsena come carbonaro.
Una particolare tenerezza accoglie, dunque, il primogenito di Fortunato Jerace nella bottega solitaria, dove si opera con la religiosità delle patriottiche memorie delle due famiglie e con la probità dei maestri antichi; dove, con la guida di Francesco Morani, tanti giovanetti si iniziano, modellano, intagliano, cantando nel cuore l’inno dell’arte fascinatrice; dove vedremo sbocciare, rudemente vergini e irrequiete le nuove personalità artistiche, miranti lontano, alla méta ideale irraggiata dalla nuova libertà!
Se vogliamo comprendere Francesco Jerace non dobbiarno ignorare o dimenticare tutto il complesso etnico ed artistico di cui è la più alta espressione; nè quel muoversi e palpitare silenzioso di purissime luci solitarie, qua e là, sulle selvose rnontagne della Calabria, tutta cosparsa di venerande rovine antiche e recenti; nè l’eroico apostolato dei precursori, cui l’ambascia profonda dell’arte non trova solleciti incoraggiamenti, e,opure vive e vince, rivelandosi senza freni e senza velami, quasi con selvaggia irruenza; nè l’opera molteplice di quegl’infaticabili «mastri» polistenesi profusa in tante forme, da Polistena a Monteleone, e che aveva posto nei rmodestissimi seguaci il germe dell’iniziativa, il senso della decorazione, la facilità della plastica; nè quel battere impaziente di ali, e quel luccicare di occhi aquilini anelanti visioni di bellezza e sogni di gloria, e che vorrebbero quasi assorbire tutte le linee e le espressioni della loro terra e della loro gente.
Quei giovani araldi vanno attingendo alle radici della loro, della nostra terra, forte d intelletto e ricca di bellezze naturali, e vanno ripetendo a sè stessi il madrigale buonarrotiano.
“Per fido esempio di mia vocazione
Nascendo mi fu data la bellezza
che di due arti mi è lucerna e specchio”.

E Francesco Jerace lo ripeterà ancora nell’animo suo e nell’arte sua, riflettendo nell’uno e nell’altra tutto il tesoro di spontaneo ardore e d’intima classicità della sua scuola paesana e delle sue tradizioni onorande.
Nel 1869 il Giovane Jerace appena sedicenne, era a Napoli. Volevano farlo prete, ed egli ha rotto ogni indugio con un primo gesto suo.

Ribelle ad ogni ragionamento del padre, uno stimato disegnatore e costruttore di opere murarie, che si preoccupava del problema incombente sulla numerosa famiglia, Francesco, completamente preso dal fascino dell’arte, un bel giorno aveva lasciato il paese nativo.
Sapeva che a Napoli, la città del sogno, lo zio Vincenzo Morani mieteva splendidi allori fra i più forti di quella scuola, e si diresse a lui. Ma lo zio non accolse il ribelle, che aveva voluto allontanarsi dalla famiglia.
Il giovanetto rimase isolato, quasi sperduto nella città immensa e fragorosa . Quell’abbandono non lo sconfortò: avrebbe sofferto, ma avrebbe potuto lottare liberamente, sorretto dalla fede di diventare artista.
Il Municipio di Polistena conserva un bassorilievo di gesso con una bella testa barbuta, primo lavoro di Francesco Jerace per mostrare alla patria di esser degno di un incoraggiamento.
E quel lavoro, modellato con quella plastica tutta sapore settecentesco, non freddamente, ma garbatamente riflessata di Accademia, che era stata la virtuosa decoratrice delle chiese di Polistena, di Cinquefrondi, di Cittanova nella incessante fatica di Francesco e Giovanni Morani, quel lavoro mostra già qual’era il patrimonio che il piccolo polistenese portava seco dalla culla.
Vinte le prime difficoltà, Francesco entrò nell’Istituto di Belle Arti, dove insegnavano Alvino, Mancinelli, Smargiassi (5), Tito Angelini e Tommaso Solari, e dove poi entravano i riformatori Palizzi e Morelli (6), esponenti della trionfata evoluzione nel campo pittorico, e Perricci (7), geniale rinnovatore dell’arte decorativa.
La scultura aveva in quell’epoca un nuovo maestro, un interprete del verismo Stanislao Lista, che col busto paterno, modellato senza preconcetti accademici, aveva dato al marmo impronta nuova.
E dal Nord poderosi fremiti venivano, echi di lotte innovatrici, che potevano sintetizzarsi nei nomi di Marocchetti, Dupré, Vincenzo Vela, e poi in quelli del Grandi e del Rosa (8).
Il pronto intelletto di Francesco raccolse tutto il soffio di quel movimento. Le sue mani, sacre al lavoro, agilmente modellarono i primi studi e diedero forma alle prime ideazioni.
Nella Mostra napoletana del 1877 la scultura mostrava già le nuove tendenze, con forme liriche, Bergonzoli, Barbella, Barzaghi – e filosofiche – Amendola D’Orsi e con altre che volevano esprimere le mozioni Franceschi, Belliazzi, Bortone.

Gemito e Jerace (9), come notava Rocco De Zerbi, «sono ancora due giovani che sentono l’arte e destano grandi speranze».
Per Gemito c’è l’affetto possente di Morelli, del conterraneo, che sa compatire, per sentimento intimo, la posizione di lui, privo della famiglia e degno di spinta, e gli fa eseguire il ritratto di Verdi, e lo avvia trionfalmente, sì che raggiunga vette superbe col oPescatore». Per il nostro calabrese, c’è invece, soltanto il suo coraggio individuale, c’è la ferrea volontà, c’è la fierezza bruzia del carattere.
Ed egli saprà trovare la strada, saprà procurarsi il suo pane, sia pure facendo di tanto in tanto copie dalle statue del Museo per conto di Giovanni Mollica, continuatore della figulina di Capodimonte.
Le sue prime intense amicizie sono in una famiglia d’illustri calabresi, dotti e patrioti, i De Luca; i suoi primi maestri «tanto buoni di cuore quanto eccellenti nell’arte» sono Tito Angelini, Saverio Altamura e Tommaso Solari.
Con tali maestri Jerace inizia la sua affermazione.
Egli giova, non solo la prima educazione artistica del nonno, ma pure la cultura letteraria dei dotti paesani P. Pilogalloe Monsignor Tigani; germi ch’egli sviluppava potentemente, a Napoli, al calore della fiamma nuova, che promana dagl’insegnamenti dei maestri da lui scelti ed amatissimi, l’Angelini, il Solari e l’Altamura, e dalla frequenza alla scuola di Francesco De Sanctis, della quale è assiduo con la pleiade Di Chirico, Amedola, Salandra, Arcoleo, Marghieri, Cefaly (10) ecc.
Non aveva ancora vent’anni quando tentò il pensionato di Roma, ed ebbe un successo artistico, ma non la pensione. Andato a Roma per proprio conto, si prese subito la rivincita, trionfando nel concorso del pensionato Stanzani de’ Virtuosi del Pantheon. Ritornò a Napoli presto, e si mise in prima linea, come scultore e come pittore. La Principessa della Rocca narra che Jerace mandò alla Promotrice due tele firmandone una con uno pseudonimo.
Questa venne accettata, quella col suo nome vero no.
Corse all’esposizione e con un temperino tagliò intorno alla cornice la tela sua, ne fece un rotolo e la portò via: «Non avete voluto il quadro firmato col mio nome ed io non voglio lasciarvi l’altro» disse alla Commissione, e se ne andò cantarellando ….
Oggi Jerace deplora quella vivacità giovanile tutte le volte che gliela ricordano .
Ma essa, nel quadro della sua vita, è una pennellata intensa di carattere.

In quel tempo, Jerace prese uno studiolo in un umido basso del Parco Grifeo, dove oggi ha la sua elegante palazzina, e quivi, dalla signora Mareta Somerville, figlia dell’illustre scrittrice di scienze Mary Somerville, ebbe la prirna imponante cornmissione: un mormerlto fur erario Questo lavoro è il punto di partenza di Jerace nella scultura (1873).
Gli costò fatiche ardentissime, e gli fruttò un cospicuo compenso, accompagnato da dolci parole.
«Siete tanto malandato in salute, procuratevi uno studio più sano».
E gli fu ancora di buon presagio la visita di Don Pedro II, imperatore clel Brasile, e di Leone Gérome, i quali lo elogiarono con tali nobilissirne espressioni da compensarlo appieno di quelle fatiche e di quei sacrifici.
Ed eccolo, uscito dal pelago alla riva, avviarsi verso l’arte gloriosa.
Nel 1875 lo troviamo a decorare la villa Meuricoffre allo Scudillo di Capodimonte.
E quando il suo amico Giovan Battista Amendola, gentile e pensoso artista, che lavorava gli ornarnenti scultorei del palazzo Bovino, ammalo gravemente, lo stesso artista affido’ con fraterno slancio a Jerace di continuare l’opera, ed il nostro calabrese vi modellò la statua del Moro che sostiene un candelabro (11). Siamo al primo trionfo, al primo divino sorriso della bellezza, che il giovane scultore adora e persegue, affannosamente lavorando per rendersene degno.
Siamo, nel 1880, alla gara memoranda di Torino, dove «Victa» segna il trionfo dell’arte di Napoli e del Mezzogiorno.
Tutte le umane vicende, tutte le ansie inenarrabili e le segrete lacrime spariscono d’incanto innanzi al sorriso di quel marmo; spariscono le lotte per vincere tante rniserie, poiché ora Jerace lavora più sicuro nel suo studio, che si riempie di progetti, e di bozzetti, e di mille accenni, nei quali si rispecchia la sua multiforme attitudine artistica e la sua alata visione.
Ma nell’animo suo martella il ritorno spirituale alla classicità della terra madre, egli pensa alla casa paterna pensa alla bottega fervorosa dell’avo. Vorrebbe chiamare tutti i i cornpagni della sua infanzia là, presso di sé, dove si lotta avvinti dalla febbre sublime dell’arte.
Chiama i fratelli Gaetano, Vincenzo e Michelangelo e provvede, come può, alla loro educazione.
Vincenzo nato nove anni dopo di lui, diviene spesso suo collaboratore, ed esordisce con un Leone di Caprera, che Saverio Altamura ammira e proclama auspicio di sicura fortuna nell’arte.
Con Victa, Marion e i Legionari di Germanico Francesco Jerace volle partecipare al triplice concorso dell Esposizione Nazionale di Torino per un busto, una statua ed un gruppo.
Ebbe unanime successo, in Italia ed al di là delle Alpi.
E scrissero del novello artista Panzacchi, Carducci, De Zerbi. E Camillo Boito, deplorando come in quelle sale la scultura «piuttosto che dar segno d’alzarsi mostrava di volersi smarrire» volle distinguere ed esaltare il trionfo di Jerace, il quale apparve «lo scultore dell’eleganza e della gagliardia».

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In tutta questa vicenda, l’uomo e il giovane artista si rivelano, s’integrano, si mostrano col palpito della loro verità.
È storia che serve a farci comprendere il carattere ed il formarsi di una grande intelligenza.
Per un artista contemporaneo, però, basti la vicenda particolareggiata del suo periodo iniziale. Dopo di che l’arte, preso il sopravvento sulla vita, ne diviene essa medesima come una storia vissuta, vivente, palpitante in eterno, perché consacrata nelle forme, che la fuga dei secoli non potrà cancellare.
Vediamone gli episodi essenziali:

Victa

È uno sprazzo entro una forma nobilmente vera: sembra voglía rievocare ed armonizzare in sé la famosa bellezza onde vestivano le loro opere i plasticatori insigni di Locri e di Rhegion.
Apparsa mentre si proclamava un assoluto ostracismo al classico e si piegava verso un brutale verismo, Victa concretava un mirabile equilibrio spirituale e formale, libero dalle dominanti schiavitù delle due scuole antagonistiche .
E ciò per un processo di realizzazione ch’è divenuto poi consueto nell’arte jeraciana. Da quando l’ideale concezione appare alla fantasia dell’ artista , egli si dà a cercare ansiosamente la creatura umana che, per forme vive, per bellezza e per espressione si accosti di più alla sua idea; trovatala, vuole averla dinnanzi agli occhi, presso il cavalletto, mentre con irnpetuosa modellazione egli trasforma la creta in opera d’arte.
A tale processo individuale noi vediamo associarsi spontaneamente il senso della tradizione, da altri dispregiato o negletto.
Jerace, invece, come Diego Vitrioli, porta nelle intime fibre un fondo di pura classicità italica; e, come il cantore di «Xiphias», innanzi alla Natura ha invocato sempre la grazia delle antiche muse:

…senza voi, Cariti amiche, agli egri
Mortali mente aggrada, e solo il vostro
Sorriso ogni opra degli uomini abbella!

Jerace, sapendo gustare in silente voluttà quello ch’è davvero immortale della bellezza classica, ne rinnova la forma con l’espressione vera e viva nelle fattezze di Victa, in quella testa fiera e superba, in quella bocca tremendamente bella nell’acuto spasimo, nella grazia delle spalle e del seno, nel movimento delle braccia, che si comprendono più che non si vedano, nel bizzarro taglio del blocco di marmo, il quale sembra infranto e tolto così dalle rovine di una delle magnifiche e festose città ioniche, di Sibari o di Crotone.
Lo scultore voleva simboleggiare in quel busto muliebre la soggiogata Polonia.

Andò certamente più in là di quel generoso proposito In quel blocco noi vediamo, sentiamo qualche cosa dell’antica anima di nostra gente: L’arte di Klearcos e di Pitagora reggino non è rimasta senza eredità chè in Victa riapparisce una Dea del nostro sacro promontorio Lacinio, di quando

« . . Zeusi l’immagine far volse
che por dovea nel tempio di Giunone
e tante belle nude assieme accolse»

A Victa, primo busto ideale e palpitante, di cui la tecnica è gagliarda e di una finezza squisita, segue e si collega una serie numerosa di visioni muliebri, di teste e mezze figure che hanno portato il tipo jeraciano attraverso moltissime esposizioni: Dalla forte Arianna, alla serena Carmosina, alla pensosa Hadria, a Carlotta, che dalla terrazza di Miramare protende «il suo occhio cerulo e superbo», a Myriam velata dalle bende e dal misticismo di una terra lontana, alla sognante «era di maggio», a Nosside di Locri evocante immagini sovrane dell’antica bellezza (12).

Jerace ha avuto la ventura di ritrarre uno stuolo di personaggi, compresi principi e sovrani dell’ingegno e della bellezza, creando interpretazioni magnifiche, modellando forme sintetizzanti il carattere speciale di ognuno di essi, trasmutando alcuni dei suoi modelli femminili in indimenticabili creature di arte e di sogno.
È particolarmente sua quella frattura obliqua del marmo, all’altezza delle spalle nude, che fa sembrare alcuni dei suoi busti frammenti di antiche statue; sua quella maniera di fare emergere dal blocco appena faccettato, le grandi, aristocratiche mezze figure, con le braccia in riposo, le teste folte di chiome, erette e diademate, i seni aulenti avvolti in ricche pieghe di grande finezza decorativa.
Nella sua scultura si rinviene come un senso pittorico della luce. Egli da scultore-pittore guida la sua fantasia, e con acuta sensibilità tattile impronta la sua plastica, infondendo ai suoi ritratti una viva umanità di espressione .
Ha scolpito, si può dire dal vero, teste possenti: Carducci, Crispi, Finali, lavorando con il fremito dell’ammirazione e della gratitudine per quei suoi eminenti amici.
E poi ha modellato busti di fattura potentissima: Filangieri di Satriano, Fiorentino, Teresa Ravaschieri, Andrea Cefaly, Di Rudini’, Rattazzi, e recentemente Gioacchino Toma, e Rubens Santoro animati nello sguardo profondo del dramma l’uno e l’altro dalla dolcezza della propria arte; e Giuseppe Martucci, che emerge glorioso e vivo da una grande ghirlanda d’alloro, cui il dotto maestro dei suoni sembra immedesimato, come Dafne inseguita dal Musagete. La testa di Giovanni Nicotera, che venne modellata da Jerace con veemenza singolare, ci rende la verità fisica e l’indomito spirito del «Sambiasino».

Del nobilismo «Francesco Crispi» ch’è fra i più eccellenti busti jeraciani ci sono riproduzioni a Roma, alla Camera dei Deputati, al Senato, a Palazzo Chigi. Il «Finali» e il «Rudiny» sono anche a Montecitorio ed a Palazzo Madama. Fra i busti non vanno dimenticati altri riuscitissimi: quello di Vittorio Emanuele II, nella villa di Costantino Nigra a Venezia, e un altro nella nuova Università di Napoli; i busti di Oscar e Tell Meuricoffre, quelli di Francesco, Mariano e Guglielmo Semmola, quello del Conte Girolamo Giusso, e quello del Principe di Belmonte a Napoli, un monumentale busto del Conte Pasolini a Faenza, ed altro grandioso del Canonico Avallone nella Biblioteca Avallone di Cava dei Tirreni; il «Francesco de Seta» nella Villa di Catanzaro, il «Raffaele Lucente» per Cotrone, il signoreggiante «Giorgio Arcoleo» della Villa di Napoli; un busto di Bernardino Grimaldi per Catanzaro, e un «Giuseppe De Nava» collocato nel Palazzo provinciale di Reggio Calabria. Ed ancora, nelle più aristocratiche sale partenopee, accanto ai busti «politici» i ritratti delle eminenti dame: di D. Sofia Ricciardi, di D. Matilde Arlotta, della Baronessa Artemizia Barracco. La «mezza figura» marmorea della bella principessa Rapprecht nel Palazzo Reale di Monaco di Baviera, come il gruppo dei bambini Freidlander a Napoli, non devono essere neppure dimenticati, essendo fra i più insigni di questo gruppo di ritratti jeraciani, che serba a lungo, nel ciglio profondo, i segni del coraggio di Sapri e dell’abilita politica dominante sempre.
Francesco Fiorentino. È il busto grandioso, che tra i palmizi della villa di Catanzaro sormonta un basamento architettonico singolarissimo, classicheggiante .
Semplice, austero, è il simulacro del filosofo nostro, rivendicatore di Bruno e di Campanella, eretto come un simulacro di fede, sulla grandiosa stele di granito, da Jerace ideata, che ha la base di marmo cinta di forme esedriche, dove sono incisi i nomi dei gloriosi precursori: Pitagora, Timeo, Telesio, Galluppi…, e reca sul fronte, come scolpito nella pietra dura e scintillante da un protomaestro antico e sapiente, il profilo della Sfinge, dell’eterno enigma dalle ali abbassate sul corpo di belva, sbarrato nel vuoto l’occhio fatale.
Dalle nude spalle quadre, la testa chiomata di Francesco Fiorentino sembra voglia scuotersi con fierezza leonina, come quella d’un Nume, e mostra ampia, aperta al sole, la bella fronte, che raccolse tanta ricchezza e tanto tumulto di pensiero.
Nel Fiorentmo, non soltanto si vuole dare viva l’immagine dell’Uomo insigne, ma sopratutto si vuole rendere il tipo dell’Umanista della grande tradizione calabrese.
E l’idea dell’artista si comprende tutta intera nella bellezza della vigorosa impronta personale, con cui è reso il busto, che, come in Victa, sembra troncato da una gigantesca statua dell’antichità classica.
Il monumento a Fiorentino è fra le prime manifestazioni delle nuove tendenze della scultura monumentale italiana, verso una concettosa coordinazione di linee e di forme, dal basamento alla figura; è una delle prime audacie consentite ad artisti colti, abili nei diversi rami dell’arte.
Jerace ha l’indole dei maestri innovatori, e degli unificatori dell’arte; dall’architettura al cesello, egli intende che l’arte è una.
È architetto, è scultore, è pittore, perché educato da suo nonno a conoscere bene il disegno ed a praticare codesta unità.
I suoi monumenti sono composizioni organiche di concetto e di forme. Io penso ai monumenti eseguiti da lui per le piazze di Napoli, di Bergamo, di Campobasso, di altre città, e penso anche alle statue da lui modellate per risolvere problemi di decorazione e di armonia, come quel Vittorio Emanuele della facciata del Palazzo Reale di Napoli, da alcuni a torto rimproveratogli, il cui braccio oltrapassa la curva rigorosa della nicchia per innalzare la sua nobile spada liberatrice e per rompere consuetudini accademiche (13).

Il monumento a Donizetti – Jerace ha una passione per la musica, e quindi si può immaginare con quale ansietà, avuto per concorso l’incarico di Bergamo, cercò una visione monumentale per materiare nel marmo, quanto più sensibilmente fosse possibile, l’affascinante musica del grande maestro lombardo.
Un concorso; sì, anzi una memorabile battaglia tra lui ed i settentrionali, vinta con tenacia tutta calabrese.
In questo monumento, Jerace batte ancora sulle secolari convenzioni, e riafferma in modo definitivo il suo concetto innovatore: basamento e statua nel loro rapporto tradizionalistico spariscono, ma si riaffacciano non nuovi legami, e con forme più logiche, per fondersi nello stesso ideale.
La mentalità e l’iniziativa dell’artista nostro, che, come il sommo Mattia Preti, ha voluto percorrere l’Europa ed ha voluto conoscere tutto il cospicuo volume dell’arte antica e contemporanea, si sono ampliate, galvanizzate, ed egli ormai vede con la sua mente, col suo individuale criterio d’arte.
Non più il basamento solito, sormontato da una statua, dunque; ma il grande Bergamasco, quale apparve alla folla dei contemporanei del XIX secolo, con accanto la sospirata Melopea, la Musa purissima ed immortale, mentre s’incontrano presso una marmorea esedra, su cui, nei tramonti solenni, l’ombra degli alberi si protende discreta e suggestiva.
La Dea stende le dita sulle corde sonore per dare i segni dell’immortale invocazione allo «spirto gentile».
E Donizetti, seduto all’opposta parte dell’esedra, con l’anima ardente, erige il capo meditabondo e tutto s’affissa all’incantatrice, come in estasi, mentre la mano va per tradurre sulle carte quella musica soave con cui «Lucia di Lammermoor» commuoverà i cuori umani.
Questa la visione, che un pittore avrebbe potuto più facilmente ritrarre sopra una tela, e che Jerace, superando straordinarie difficoltà, riusciva a render chiara e palpitante con lo scalpello ed a consacrare nelle linee di una visione nuova, che il dilagare degli imitatori non ha potuto più nobilmente concretare, anzi non ha potuto nemmeno raggiungere mai nella sua spontanea bellezza.
Melopea è fra le più notevoli e affascinanti creature simboliche dell’arte jeraciana.
L’artefice ha avuto la più pura e felice visione della diva armoniosissima, dominatrice suprema del suo spirito.
Donizetti, nella sua posa solenne e naturale, forma un contrasto di realtà a lato dell’altra figura, idealizzata in sommo grado.

Così il monumento al Martucci a Capua; così quello a Pietro Rosano ad Aversa, con una simbolica, basiliare figurazione della Campania (1907); e il piccolo, leggiadro monumento al Cefaly nella villa catanzarese; quello a Umberto 1. a Pizzo di Calabria, il monumento a Gabriele Pepe a Campobasso (1913), fino all’austero ricordo dell’Arcoleo (1918) ed ai monumenti di guerra recentissimi (Sorrento, Stefanaconi, Reggio Calabria etc )

Certamente, la plastica moderna è andata anche più in là nella penetrazione e nella purificazione della forma, fin quasi a sopprimerla… ed a sopprimere sé stessa; e ci sono scultori-pittori, che hanno raggiunto l’estremo della incorporeità e della spiritualizzazione, a seconda del proprio temperamento, fino all’ultra antiaccademismo di Medardo Rosso ed anche più in là. ..
L’arte esprime, però, il proprio tempo; e nel suo tempo, la Melopea di Jerace sta come una sinfonia verdiana e come una anacreontica carducciana: Creazione seria, equilibrata e possente.
Il monumento di Bergamo, in sostanza, nella sua modernità senza sforzi di stilizzazione e con una fondamentale squisita inspirazione classica, è un esempio, è un documento di alto valore per l’arte nazionale (14).

Beethoven Senza ricorrere a strani simbolismi e cromatismi, come fece Max Kliger, che la statua di Beethoven assise in poltrona arabescata di simulacri ieratici pagani e cristiani, onde fosse simboleggiata l’ampiezza del genio di lui, il naturalismo sentimentale, ma classicamente equlibrato, di Jerace, qualche anno prima dell’apparizione viennese, rievocava a suo modo l’umanità caratteristica di quell’insuperato sovrano della sinfonia, riuscendo ad esprimerla in modo forte e suggestivo.

La visione del Calabrese è semplice e grandiosa: Solo, chiuso in sè stesso, sdegnoso di tutto, ardente della sua febbre di arte, pervenuto alfine sopra un’enorme scogliera, dove nessuno lo scorgerà e lo turberà, Beethoven si sofferma e di distende quasi su i macigni, meno che col capo, che erge sorreggendosi con una mano la tempia in tumulto.
Pervasa da una raffica di indicibile corruccio è la sua tragica faccia, entro un mucchio di ciuffi scomposti dal vento. Con l’altra mano, a pugno serrato, sembra voglia raccogliere sul foglio che gli si stende davanti l’onda delle note salienti col fragore dell’immensa distesa di cui egli ascolta ogni fremito:

Il mare – il cupo mar quando le trombe
Del cielo e degli abissi, e le assordanti
folgori, e l’imprecar dei naufraganti
Clamano a furia – e l’altra notte incombe.

Poi è la pace – in lunghe striscie d’oro
E di cobalto il cielo e la brughiera
Cantano insiem le strofe della sera
Sfiora i giunchi del lago il flebil coro.

Poi le note ti straziano – è l’amore
Che si prosterna e implora e freme – e senti
Salir la voluttà fino al dolore!

Fino al gemito uscente dalle tombe!
Dorme sul drappo negro, ella, il bel fiore
Pallido e biondo – e l’altra notte incombe.

Così come Giovanni Camerana ha sentito dinanzi al grandioso marmo di Jerace, così altamente l’artista ha veduto l’eroe con la sua fantasia eletta e con la sua coscienza umana.
E guardando commossi il suo Beethoven noi diciamo: Tale doveva veramente essere; così e non altrimenti qualcuno di nascosto lo vide soffermarsi su le rocce, inspirato, quando sembrava sentisse le fanfare umane e celesti suonare il peana della vita.
Così, semplicemente e gagliardemente, il nostro artefice ha tratto dal mondo ideale e consacrato nel marmo e nel bronzo uno stuolo di genii e di eroi. Nel suo adamantino patriottismo, nel suo amore appassionato per la terra nativa, egli ha veduto rifulgere la bellezza di quel generoso e poco noto calabrese, che a Vigliena rinnovava l’eroismo di Pietro Micca, mettendo fuoco alla polveriera del forte, invano conteso al nemico.
Ed eccolo rivivere in una statua grande al vero l’Eroe di Vigliena.
Corpo gagliardo, chinato, raccolto in un supremo sforzo nervoso. Volto che la larga ombra dei capelli arruffati ci fa sembrare quasi annerito dal fumo delle polveri, e che pur mostra i solchi dello sdegno più fiero.
Braccio intrepido, sicuro, che brandisce con impeto la miccia vendicatrice: in tutta la caratteristica figura è un fremito, un tocco di ferro, che dimostra l’intima agitazione fraterna nel cuore dell’artista.
Il gesto veemente di quel nostro eroe apparve nell’opera di Jerace, mentre, per le recenti sciagure della terra nostra, gente di oltre Tronto e d’oltre Alpi, con ostentata superiorità, ci concedeva commiserazione, unita ad una pessimistica disamina dei nostri difetti, per cui i «poveri calabresi» non erano più i conterranei di Timeo, di Cassiodoro, di Telesio, di Gravina, di Galluppi, ma solo i discendenti criminali dei temuti briganti della Sila!
Significò allora l’artefice nostro con l’Eroe di Vigliena una pagina di storia dell’eroismo calabrese, splendida ed ammonitrice.
Molti abbassarono il capo, oppure irrisero. Oggi forse non più, dopo che l’ammonimento quasi profetico di Jerace è stato irradiato da prove recenti di puro eroismo e di sacrificio della gente di Calabria .

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Il senso patriarcale e religioso della prima educazione di Jerace ha influito molto sulla sua produzione.
Un ciclo di sculture cristiane rende celebrato anche fuori d’Italia il Maestro calabrese. Opera cospicua di questo ciclo è un profilo di Cristo bellissimo, dal ciglio abbassato, in cui il patimento ed il perdono, il dramma e la gloria sono raccolti con un sapiente mistero di bellezza.
La conversione di Sant’Agostino È uno dei migliori saggi religiosi, e si trova, dal 1898, nella chiesa di S. Maria in Varsavia.
Il Santo, ancor giovane, quasi adolescente, è rappresentato seduto con le mani strettamente incrociate sul petto: mani belle espressive, che dicono esse sole la lotta dell’anima agitata da acuti tormenti.
Gli sta accanto, ritta, dominante, la figura della madre, santa Monica, la quale, poggiandogli la mano sulla spalla e chinandosi amorosamente sull’ansioso volto del figlio, parla delle supreme verità ed attende da lui la parola illuminata e tutta raggiante della nuova fede.
Una eleganza semplice e gustosa impronta tutte le pieghe; e tutta la sensibilità anatomica e concentrata nelle mani del Santo; esse si gonfiano e sembrano palpitare dello stesso improvviso flusso interno che sente il petto del credente .
Vicino a quest’opera va ricordato un altro gruppo marmoreo, scolpito per la stessa chiesa polacca, Sant’Anna che fa leggere la profezia d’lsaja alla Madonna, e possiamo ancora considerare, nello stesso ciclo, frammenti degnissimi, e statue, bassorilievi, teste: dalla Santa Agnese del duomo di Enger sur Mair all’Angiolo della Carità del monumento Stigliano Colonna in Napoli, ed all’Angiolo della Fede ch’è nel duomo di Castellamare di Stabia.
In questi Angioli il tipo giovanile e classico di Jerace vuole idealizzarsi ancora in modo supremo, il marmo si anima di pura espressione cristiana: Sono candide creazioni di amore, di grazia, di misticismo sereno e profondamente umano, volti adolescenti un pò reclinati, con soavità, quasi portanti il peso delle folte chiome inanellate; pupille abbassate, piene di ombra e di mistero; ali ampie e possenti come ampia e possente è la misericordia che spesso sopportano; mani bellissime, avvinte con impeto di passione al simbolo del puro martirio.
La loro bellezza è degna veramente di raggiungere i cieli dell’ideale.

Due episodi storico-religiosi ha scolpito il Maestro polistenese per la nuova facciata del Duomo di Napoli, progettata da Enrico Alvino e proseguita dai suoi discepoli divenuti maestri; due grandiosi bassorilievi decorativi, sicuri di tecnica, e di prospettiva, magnificamente pittorici, oltremodo efficaci d’effetto.
In uno è sceneggiato il Martirio di S. Gennaro, ed il Santo ne è la figura centrale, inginocchiata, a braccia aperte, inspiratissima, con il volto commosso rivolto al cielo: sembra un quadro di Mattia Preti portato in scultura.
Nell’altro, assai bello per la novità della composizione, oltre che per la superiore abilità della tecnica, è l’episodio del Miracolo delle Reliquie durante una celebre eruzione vesuviana del secolo XVII.
La processione votiva degli ecclesiastici, dei personaggi spagnoli, dei popolani frementi, è arrivata innanzi alla lava minacciosa e fumante.
Il sacerdote, chinato il capo venerando in profondo raccoglimento, fa la benedizione con la reliquie del Santo.
Un fremito sembra passare nella folla terrorizzata e implorante.
Nobili e plebei insieme cadono in ginocchio pregando.
In mezzo al gruppo, ecco una figura vivacissima, autentico tipo di popolano partenopeo, che s’avanza e, facendosi schermo al viso con un braccio, vuole fissare l’igneo nemico: è la figura di Masaniello.
Robuste e solenni le masse nei due gruppi preminenti del Sacerdote celebrante con a lato le due figure inginocchiate, e del caratteristico popolano che ha ai piedi il nobile spagnuolo abbattuto, sembra che vogliano costituire tutto un blocco poderoso contro la lava implacabile.
Il gruppo del Sacerdote culmina mirabilmente nelle qualità plastiche, solide, sicure e penetranti, e nella commovente espressione.
La luce vibrata fa meglio eccellere la forza di codeste masse, la larghezza della modellazione, la squisitezza dei problemi psicologici affrontati dall’artista nei volti emaciati dall’angoscia o illuminati dalla fede, l’effetto decorativo raggiunto in concordanza con le linee e le masse architettoniche della facciata.
A Reggio, nella Cattedrale, si notava prima del disastro, il pulpito, opera di Francesco Jerace.
È stato salvato quasi interamente.
È un’originale creazione architettonica.
Invece di colonne, ha due palmizi colossali, che in alto accennano il baldacchino .
Interessante è pure il bassorilievo sul fronte dell’ambone: San Paolo che predica ai reggini. Nel tumulto della folla accorsa allo sbarco dell’Apostolo sul lido greco di Rhegium, una folla di caratteristica virilità aspromontea è dominata dall’eloquenza dell’oratore dal gesto vivo, quasi paterno.
D’intorno, ben accentuate, le espressioni della meraviglia, dell’ansietà, della preghiera, che precede la grande conversione.
Anche qui efficace e sapientissima la prospettiva nello effetto pittorico della folla ampliantesi verso il fondo architettonico, in cui si delinea la monumentalità del nostro vetusto e classico paese (15).

L’arte di Francesco Jerace, le cui creazioni proteiformi si sono, in questi ultimi anni, intensificate da non potersi tutte elencare e datare in una breve evocazione, ha sviluppato massimamente le sue tendenze ataviche in alcune sue note particolari, che non ha abbandonato, nè abbandonerà mai. La nota poderosa e soave della bellezza muliebre, concretizzata nel torso meraviglioso di Victa, si ritrova, come la freschezza primaverile di alcune ghirlande nei capolavori del Rinascimento, sempre dominante e fragrante nelle composizioni di Jerace.
Eccola in mezzo ai gruppi tumultuosi, ed eccola pure isolata ed intera nell’Anacreontica. Riecheggia in mezzo all’Azione del monumento al gran Re in Roma, fra ribelli ed eroi, nella figura simboleggiante la Giovine Italia, e palpita tra la folla della Predicazione di San Paolo, in quella giovine madre, che, guardando supplice l’Apostolo, stringe fortemente a sé la figliuoletta; e si reincarna nella Campania del monumento a Rosano in Aversa, e riappare ancora nel Trionfo di Giulio Cesare, in quella mirabile barba in catene, portata seminuda, come trofeo, dietro al suo Re sconfitto e prigioniero.
La nota decorativa, essenziale nell’arte jeraciana, splende, non solo nelle opere già ricordate, ma ancora in quasi tutte le più varie manifestazioni.
Dai pennelli di Putti della villa Canto, alla squisita base per Victa, dalla lampada argentea di Valle di Pompei al cofano bronzeo dominato dalla Sirena, dal candido capitello al lavabo policromato.
E poi eleva il suo tono armonioso in altri monumenti: in quello del greco Pesmazoglu, nei cui bassorilievi il mio vetusto di Demeter risorge con flusso di giovinezza e d’eleganza nuove; nella tomba scolpita per il console Oscar Meuricoffre, in quella bronzea e austera del barone Luigi Compagna nella chiesa di Corigliano Calabro; in un’altra per la Cappella della famiglia di C. M. Greco di Cosenza; in quella della cappella gentilizia dei Ffrench in Dublino; e finalmente, in un recentissimo sepolcro di Poggioreale in Napoli per la famiglia del Senatore Cocchia.
Il gruppo «Mater Dolorosa», che sormonta questo sepolcro è la più drammatica composizione di Jerace.
Il dolore materno conturba la sua plastica con quella rude veemenza con cui spasima e si strazia il cuore della gente meridionale, quando è vittima della sventura.
Il significato e la forza drammatica di codesto gruppo, Jerace – che procedendo nell’opera sua sembra abbia mirato sopratutto ad un’intensità di espressione sempre crescente e ad una maggiore semplicità di mezzi ha riassunto in una figura da lui recentemente modellata per il Camposanto di Foggia: (monumento Casalanguida): una sola figura, in piedi, Mater Dolorosa, che sembra la Madre santa di tutto quanto il dolore umano! (16)
Ed ancora il senso decorativo superiore dell’artefice si mostra nelle fontane, come quella dell’ldillio di Villa de Sanna, gioiello leggiadro, degno di una grandiosa villa settecentesca, e in architetture associate alla scultura, come la monumentale scala del Palazzo Sirignano, e in altre opere minori: camini, medaglie, argenterie.
Nelle basi disegnate per i busti di Victa, di Carmosina etc. nella lampada di bronzo del Santuario di Pompei; nell’Altare marmoreo del Sacramento che adorna la chiesa Matrice di Polistena, l’ornamentazione a base floreale (tralci di vite con grappoli, rami di quercia e d’ulivo, bianche di rose) è sbocciata sempre dalla mano e dal gusto individuale dell’Jerace con un senso naturalistico deliziosamente quattrocentesco.
Elencare tutti i piccoli lavori decorativi sarebbe, assai lungo per queste brevi pagine di affetto e di sintesi della vita e dell’opera del nostro Artefice. Ma un catalogo di tutte le opere di F. Jerace dovrebbe farsi completo, base di uno studio vasto e definitivo sull’arte del Polistenese.
Jerace disegnatore e pittore meriterebbe un lungo cenno.
Disegna molto. I suoi studi pel Beethoven, pel Martucci, per le teste femminili di tipi della Piana sono bellissimi.
Il suo pollice modellatore, che sulla creta a volte scorre lieve come una carezza, nel disegno fonde con tenue tocco le linee taglienti del chiaroscuro; la sua matita fluidamente segue i piani con trattolini fermi, un pò nervosi, che s’accentuano nelle capigliature ricciute e nei fondi bizzarri.
Le pitture hanno per lo più tonalità chiare, piani larghi, forme eleganti.
Pregevolissima è la Santa Cena dipinta nel 1904 per desiderio di suo padre e offerta alla Chiesa Matrice di Polistena.

La duttilità e peculiarità dell’arte di Jerace – su cui è d’uopo insistere – si parte dal noto gruppo dei Legionari di Germanico (1880) e descrive una fase sempre ascendente sino al Frontone dell ‘Università di Napoli (1910) ed al Fregio per la Nave Giulio Cesare (1919).
I Legionari hanno, se vogliamo, un germe d’ispirazione nelle tele dell ‘Altamura .
Allora il nostro artefice dava consistenza marmorea e novelli impeti latini ai mirabili guerrieri di Mario, che il nobile maestro suo evocava sulle tele con tavolozza magnifica.
E Guido Baccelli, in piena Camera de’ Deputati, augurava all’Italia figli come i soldati di Germanico scolpiti da Francesco Jerace (17).
Ma, dal grandioso tentativo del 1880 alle opere compiute di recente, è tutto un evolversi della scultura storico-decorativa di Jerace, un definirsi sempre più chiaro della sua personalità che vuole – attraverso tutti i pertinaci sforzi – raggiungere in modo eccellente nella sua scultura la tanto sognata amalgama della tradizione classica con il moderno naturalismo.
Bisogna risalire idealmente alle grandi decorazioni scultoriche dei tempi greci e romani per trovare un documento antico di confronto con il Frontone dell’Università di Napoli, con quest’opera di bronzo applicata all’architettura, che ne anima le linee oltre a riempirne i grandi spazi, e che può considerarsi l’opera più complessa cospicua e significativa che fin’oggi l’arte jeraciana, nel monumentale ciclo abbia prodotto.
L’altorilievo di Jerace, nel quale si distinguono, in una vera folla di personaggi, ben diciotto figure grandi due volte il naturale, evoca e celebra la cerimonia con la quale, nel XIII secolo, imperante e partecipante Federico di Svevia, si leggeva la carta di fondazione dell’Università napolitana.

Un pò spostato dal vertice cuspidale è il trono imperiale, ornato di teutoniche aquile vigilanti.
Federico II è in piedi, nel suo quasi pontificale costume che ricorda quello dei sovrani orientali.
Ai suoi fianchi si aggruppano i personaggi più eminenti dell’epoca: una folla virile magnifica di dignitari, di dotti, d’artisti della Campania, dell’Aquila, della Calabria, degno seguito del monarca geniale; e tutti stanno rivolti verso di lui, in attenzione riverente, mentre alla destra del sovrano s’avanza Pier delle Vigne, che legge la «magna carta» di fondazione dello Studio in Napoli.
Sentono l’alta solennità dell’atto, che apre un’era di scienza e di luce al popolo meridionale, le più insigni intelligenze, gli uomini più illustri che lo Svevo tiene raccolti intorno a sé.
Ed ecco segnarsi un’espressione su tutte quelle facce vive di muscoli e di pensiero .
Ecco che, mentre Pier delle Vigne svolge la sua pergamena, Antonio Vandale, Taddeo da Sessa, Erasmo Cassinese, Bastiano Pignatelli si aggruppano meditabondi, come per associare la loro emozione, e, dall’altro lato del trono, il Castriceli, segretario del Re, l’Acerra, Andrea di Capua, Piero d’Isernia, Reginaldo da Piperno, Michele Scotto e tanti altri ancora dei nostri sapienti formano altri gruppi.
Figure monumentali, studiate dall’artefice prima singolarmente, nella fisonomia, nel costume, nello spirito, poi riportate ad affiatarsi unite nella calda atmosfera della loro corte meravigliosa, come per udirne ancora le conversazioni clamorose, il fragore di ferro, il coro dei liuti, e riviverne lo splendore e le lotte, le luci e le ombre, le feste ed i drammi, da Capua a Castel del monte, dalla rocca di Nicastro ai delubri di Martirano, dalla Corte di Palermo a quella di Napoli.
Ha intuito il grande artista nostro tutta la ricchezza spirituale di quell’episodio storico, e l’ha saputa concretizzare in linee degne veramente del bronzo .
La composizione dell’altorilievo, per la prima volta, forse, in un frontone è disposta prospetticamente, segue una linea esedrica, incurvata nel centro.
Disposizione ardita, la quale dà maggior valore all’effetto generale, ed ha imposto problemi di forma e di tecnica, che solo un maestro dell’arte poteva affrontare e superare, come fecero i più forti architetti-scultori del magnifico Seicento .
Ai due veritici acuti del frontone, dove la densità della inaugurazione avrebbe dovuto tradizionalmente diluirsi ed il concetto quasi rimpicciolirsi con le figure, Jerace invece, ha pensato due gruppi, adattati negli spazii estremi in modo originale, e separati dal grande episodio storico con due pietre miliarie, che però non interrompono la vasta ed unica significazione dell’opera d’arte: da una parte è Ercole, che con fiera possanza combatte l’Idra e riesce ad abbattere quel mostro dell’ignoranza e della barbarie; dall’altra è il risveglio auguroso di Minerva, che disvela alla luce della nuova scienza la pugnace bellezza del suo capo clipeato.

L’Autore di Victa ha dato ormai un saggio grandioso, conclusivo delle sue preminenti qualità. Ormai la sua può dirsi grande scultura monumentale, armonioso complesso di forti costruzioni plastiche, di potenti effetti pittorici e di grandioso significato civile, umanistico.
Possiamo dire che lo scultore del Fron tone dell ‘Università di Napoli ha saputo imprimere ancora all’arte napolitana – che nel passato spesso volle impulsi forestieri per i maggiori monumenti di scultura, dalle Tombe angioine all’Arco aragonese un’energia nuova, tutta particolare e tutta meridionale, dandole, come ai tempi del Merliano e del Santacroce, documenti proprii di durevole, innegabile importanza.

ooOOOoo

Reso più ampio il suo volo, l’eletto nipote e discepolo di Francesco Morani (il ritratto del nonno di Jerace è nel frontone dell’Università, in uno dei tre personaggi della Corte Sveva che formano il principale gruppo alla destra del Re, in quella testa di sbarbato che somiglia a Goethe) non ha trascurato la sua terra d’origine, e non ha mai interrotto con essa la trama dei rapporti spirituali. La tenacia nella lotta, come la tenacia nelle amicizie, sono la prerogativa dell’indole di Jerace. Avendo conosciuto Dalbono negli anni più belli di questo delizioso, genialissimo napoletano, lo ama per tutta la vita con affetto fraterno, ed alla scomparsa di lui ne fa una mirabile, commossa celebrazione all’Accademia Reale di Napoli.
Per Tito Angelini serba e dimostra un culto devotissimo, filiale.
Così per l’Altamura, ed è il primo a voler interrompere l’ingiusta dimenticanza dei conterranei e degli stessi compagni verso questo nobile Maestro, con una degna pubblicazione, fatta a cura dell’Accademia Reale, e nella quale non si sa se più ammirare il culto riverente e gentile dell’amico e del discepolo o la chiarezza efficace e serena dello scrittore.
Possiede le qualità simpatiche e gioviali dello zio, il Cav. Morani, e del conterraneo illustre Francesco Florimo, e ne è come l’erede nell’ambiente più eletto di Napoli; conosciuto e desiderato nelle conversazioni intellettuali, nei consessi accademici, vi dimostra il suo temperamento forte e gentile, la sua conoscenza dell’arte antica, della musica, del movimento culturale.
Similmente ha numerosi estimatori della sua arte e della sua cultura all’estero, dove ha viaggiato mettendosi in contatto con le più elevate iniziative, recando i suoi marmi ed i suoi bronzi nelle più importanti Mostre europee dell’ultimo quarantennio, trovando amicizie preziose come, quella del Conte Ottone di Bylandt, che lo ha fatto richiedere di molte opere dall’Olanda.
Una delle sue amicizie merita di essere ancora specialmente ricordata: Teresa Ravaschieri, la munifica e pia figliuola del generale, ebbe sempre affetto materno per Francesco Jerace; ed egli, attratto da quel luminosissimo astro di carità, non solo l’ha seguita nelle opere insigni di beneficenza, ma è stato l’architetto, il dirigente affezionato degli edifici da lei fondati, ed è ancora governatore di quell’ospedale Lina, che tanto sollievo porta all’infanzia negletta.
L’amore della Patria in Francesco Jerace è il più grande, commosso, nostalgico amore di grande figlio alla grande madre.
Così in lui, come nei nostri maggiori artisti d’ogni tempo: dall’architetto Giovanni Donadio, che primeggiando in Napoli durante il XV. secolo, si ricordava nel testamento della chiesa matrice di Mormanno, che voleva sua erede, a Mattia Preti – cor cordium! – che soffriva addirittura lontano dal suo casolare della Presila, e vi mandava le sue tele ed il dono della sua effige crocesegnata; fino ad Andrea Cefaly, il quale si è sacrificato del tutto alla poesia ed all’amore della sua silente casa di Cortale, ed a Giuseppe Benassai, che ha voluto dormire per sempre non già nella Toscana ospitale, ma nella sua terra aspromontea, cullato dal murmure del nostro mare classico.
Francesco Jerace ha lo stigma di questa santa passione.
E spesso viene alla terra adorata, con passo celere, con occhio lucente, con l’anima sensibilissima a tutte le memorie ed a tutte le espressioni.
Vi porti egli magnificamente il fiore marmoreo, che giammai appassirà, dell’arte sua grande; o le tele del sommo «Cavalier Calabrese» e di altri artefici nostri, pei quali vuol vedere diradato l’ingiusto oblio; vi combatta una battaglia di redenzione morale e riesca a portarvi mezzi per opere di bontà umana, come quando fece dagli ungheresi dar impulso all’ospedale di Polistena: il Maestro giunge in Calabria sempre con slancio d’ amore, e dietro ai suoi passi si riversano, sul suolo della terra aspra, la bellezza del suo genio e la fiamma della sua bontà, come dietro al passo profondo del seminatore si versa la grazia delle nuove messi.
Semplice, fervente come un profeta, freme di sdegno quando trova la vita del nostro paese ancora, purtroppo, macultata dal secolare tarlo, e spesso focolaio di rinnegatori e di dubitanti; e ne attraversa le zone misere ed abbandonate con dolore e rimpianto: ma benedice sempre ed onora l’antica Madre, di cui egli vede la bellezza e la grandezza dei futuri destini, al di là degli ultimi lembi di tenebra.
Così il Maestro polistenese prosegue anche qui la missione rischiatrice dei suoi avi, di cui non ha obliato gl’ideali ed i canoni d’arte, anzi li ha onorati e inghirlandati di alloro. Come i suoi avi, egli proviene dal culto della classicità e raggiunge il senso del tempo che viviamo, non per virtù di lucidi orpelli e di ostentazioni strane, ma per quella intima virtù latina, che egli insegna a molti, adorando sempre prostrato la bellezza, e come i maggiori atleti cercando di afferrarne, sopratutto il candore dell’anima, il lampo immortale!

ALFONSO FRANGIPANE

Note:
(*) Questa biografia di Francesco Jerace fu pubblicata, nel 1924, dalla Casa editrice «La Sicilia» di Messina. Viene qui riproposta per gentile concessione di Raffaella Frangipane Medici, figlia dell’autore.(1) v. per i Morani Ia I. Mostra d’Arte Calabrese. Artisti calabresi del sec. XIX. per Alfonso Frangipane Bergamo, lstituto Italiano d’Arti Grafiche, 1913(2) Da Maria Rosa Morani, figliuola di Fral1cesco, sposa M” Fortunato Jerace; e nel 1853 nasce Francesco Jerace, battezzato in S. Marina il 28 luglio, come risulta dai libri parrocchiali esistenti.(3) Filangieri – Documenti per la Storia, le Arti e le Industrie delle Province Napoletane Indice degli Artisti Napoli 1886(4) Schmilde Dizionario Musicisti. Editore Ricordi, Milano.(5) Enrico Alvino – Giuseppe Mancinelli – Gabriele Smargiassi.(6) Filippo Palizzi – Domenico Morelli.(7) Ignazio Perricci(8) Carlo Marocchetti – Giovanni Drupè – Vincenzo Vela – Giuseppe Grandi – Ercole Rosa

(9) Giulio Bergonzoli Costantino Barbella Francesco Barzaghi Giovan Battista Amendola Achille d’Orsi Emilio Franceschi Raffaele Belliazzi Vincenzo Gemito Francesco Jerace

(10) Giacomo Di Chirico Giovan Battista Amendola Antonio Salandra Giorgio Arcoleo Alberto Marghieri Andrea Cefaly.

(11) Di quel periodo bisogna ricordare anche altre opere giovanili che intensificarono l’attività del Nostro; I rifacimenti architettonici e le decorazioni scultoriche dell’Ospedale Lina Ravaschieri in Napoli; il gruppo «Eva e Lucifero» inviato alla Mostra Universale di Parigi del 1878; alcune statue e i busti per Lord Spencer di Capo di Buona Speranza; un monumento funerario per l,ord Lamb mandato a Londra; i busti scolpiti per la famiglia Tolstoy di Odessa, per cui il nome di Francesco Jerace incominciò a diffondersi favorevolmente all’estero, e il famoso «Guappetiello» esposto per la prima volta a Napoli nella ricordata Mostra del ‘77.

(12) Del busto «Victa» ce ne sono 18 riproduzioni in gallerie private ed in musei d’Italia e dell’estero. Nel 1880 l’originale di «victa» venne acquistato dal Senatore Susani di Milano.
Nell’81 ne ebbe una copia il banchiere G. Pisa, e nello anno seguente altra copia andò a Milano presso il Senatore Ponti.
«Victa» andò all’estero nel 1881, acquistata dal Conte de Bylandt di Haye, e poi a Bruxelles presso Monsieur Goffin, ed a Buenos Aires, acquistata dal Sig. Galvagni A Napoli ne volle un esemplare Madame Helen Schlapfer; e nel 1883 l’acclamata opera jeraciana entrò nel Museo Civico Filangieri.
L’elenco dei «busti ideali» (così tipicamente li suole chiamare il Maestro) è difficile darlo
Fra le dolci sorelle di «victa» ebbero maggiore successo: «Arianna», acquistata da Madame E. Schlapfer a Napoli; «Hadria» la quale dalla Biennale veneziana dal 1905 passò al Palazzo Imperiale di Berlino, acquistata da Guglielmo II; « …era di maggio» e «Nosside» mandate alle Biennali Calabresi e rimaste a Reggio, la prima nel palazzo Provinciale e l’altra nel Municipio: «Fiorita» che con «Victa» e con il busto della Duchessa Ravaschieri si ammira nel Museo Civico Filangieri di Napoli; «Ercolanea» in bronzo, nel Palazzo del Quirinale a Roma.

(13) II ciclo è vasto, ed interessa tutto quanto, perché l’arte di Jerace, pur tanto duttile e feconda, non cade nelle ripetizioni, ed in ogni monumento vuol rivelare una linea, una ricerca, alcun che di nuovo: il monumento a Nicola Amore a Napoli (1900); quello di Giovanni Nicotera anche a Napoli (1902) oltre all’eleganza delle statue hanno di notevole i basamenti, «trovati» con gusto moderno di linee e di dettagli nobilissimi.

(14) Anche oggi, dopo circa un trentennio di arte monumentale italiana, quello dell’Jerace a Bergamo può considerarsi uno dei pochi monumenti che onorano, deco rano e non deturpano le piazze delle città d’ltalia
Un’austera cornice di lauri e di abeti cinge il gruppo donizettiano, mentre un laghetto sereno ne riflette il candore dei marmi, formando un quadro di suprema delizia estetica.
I1 Donizetti è del 1897 (preceduto del Fiorentino, che è anche più prossimo alla fase iniziale classicista di Victa); ma quanti Maestri allora in Italia avevano saputo rompere tutte le convenzionalità architettoniche della prima metà dell’Ottocento? Non le aveva sorpassate neppure il Rosa a Milano; non le sorpassavano il Monteverde a Genova, il Balzico a Napoli, il Ferrari a Venezia, e Zocchi a Firenze ed a Trento. . Nel 1902 a Torino il Calandra con il monumento ad Amedeo di Savoia parve avesse fatto il passo più avanzato verso la novità e la modernità.
Ma l’opera del Calabrese, pur chiusa nell’idilico silenzio del giardino bergamasco, aveva segnato già un progresso, non trascurabile da chi guardi alle recenti vicende della scultura italiana senza preconcetti campanilistici, aveva segnato una conquista non lieve nella libertà di movenze della fantasia e del gusto dei nostri statuari.(15) Del ciclo religioso bisogna annoverare ancora il grande altare della Madonna dell’Olmo a Cava dei Tirreni. L’apparizione del quadro della Madonna ed alcuni Santi, fra cui il nostro Francesco da Paola, è resa da Jerace con un magnifico assieme architettonico e scultorico. I Santi sono stati da lui modellati a tutto rilievo con fervore eccezionale, specie il Francesco da Paola, nel quale ha voluto rendere la figura insigne del Calabrese eroe della Carità.
Con uguale entusiasmo Jerace coltiva l’arte della statuaria in legno, in quanto essa fa vanto dei Morani nella bottega polistenese. Notiamo fra le opere in legno di F. Jerace la statua di S. Michele a Solofra (1898) e quella di S. Rocco a Cesinali (Avellino, 1921).
Si aggiunga a questo ciclo anche un Cristo portante la Croce a bassorilievo, e un altro bassorilievo: Consolaho afflictorum che si trova dal 1916 nell’Ospedale Leonetti di Caserta .(16) Opere di carattere funerario nelle quali in modo sempre nuovo sono fuse architettura, decorazione e scultura, possiamo ancora ricordare: il monumento della Baronessa Corsi nel Camposanto di Napoli (1903) e quello del Senatore Di Martino nel recinto degl’illustri, anche a Poggioreale (1904); il monumento al piccolo Lacquaniti Argirò a Laureana di Borrello (1909) ed un gruppo tombale nel Camposanto di Radieena; il monumento alla Signora Piaeitelli Sangermano ad Arpino; il monumento a Mons. Sarnelli nel Duomo di Castellammare di Stabia (1912); fino al Cristo per il Camposanto di Braila (Brasile).
Il monumento Compagna di Corigliano, eomposto da un’ideale figura di Angiolo che solleva una cortina di bronzo sotto cui sta il sorcofago, ebbe un successo partieolare a Londra, dove fu esposto nel 1882 prima di essere portato in Calabria.(17) L’autore del «Trionfo di Germanico» non poteva non essere un fervente irredentista; e ben lo sapeva l’irresistibile propagandista Matteo Renato Imbriani, quando gli affidava casse contenenti fucili e munizioni, che le autorità del tempo cercarono invano per sequestrare, e gli confidava altresi le liste degli affiliati all’associazione irredentista, nonché la preziosa corrispondenza che si riferisce al patriottico movimento. Ciò fu nel 1885: governava Crispi, il quale mai poteva sospettare che quel materiale di guerra si trovasse sotterrato a Napoli in casa Jerace, a due passi dal Villino Crispi.
Le armi e muniziosi furono da Jerace consegnate al Comando del X Corpo di Armata non appena entrammo in guerra, ed i preziosi documenti sono stati da lui messi a disposizione del Museo del Risorgimento.

(Fine prima parte)

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