Francesco Jerace /3^ parte

I GRANDI ARTISTI CALABRESI/ Francesco Jerace, scultore di Polistena, discendente da una famiglia di artisti

IL GUAPPETIELLO IMPENITENTE
di Tonino Sicoli
(Omaggio su “Il Quotidiano della Calabria” di domenica 5 luglio 2009 – scarica l’articolo in formato PDF)

Il gruppo bronzeo “L’Azione” di Francesco Jerace troneggia sul lato destro del Vittoriano, il Monumento a Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia, noto anche come Altare della Patria, che sorge a Roma nella centralissima Piazza Venezia a testimonianza perenne degli ideali mazziniani, che portarono all’indipendenza dell’Italia. Vi si vede una  donna guerriera col vessillo, due insorti che avanzano e un leone alato per terra.
L’opera è un esempio di scultura di fine Ottocento e primo Novecento, improntata a quel verismo, che ha avuto come grandi esponenti Vincenzo Gemito, Achille d’Orsi e, appunto, Francesco Jerace.
Lo scultore la realizza nel 1911 quando la sua fama è ormai consolidata e la sua  produzione artistica è ricercatissima sia presso la committenza pubblica che in quella privata.
Jerace era nato in Calabria nel 1853 a Polistena, discendente, per parte materna, da una famiglia di artisti che aveva avuto in Vincenzo Morani, il suo ascendente più illustre. Aveva ricevuto dal nonno Francesco Morani, scultore anche lui, i primi insegnamenti del mestiere.

Poi si era trasferito a Napoli per approfondire gli studi iscrivendosi all’Istituto Regio di
Belle Arti, dove aveva avuto come maestri di scultura Tito Angelini e Stanislao Lista e, per
la pittura, Domenico Morelli e Filippo Palizzi.
Ha appena diciotto anni quando espone alla Promotrice napoletana “Salvator Rosa”
del 1871 con due opere dall’evidente realismo, la “Nidia cieca” e il “Ritratto di padre Girolamo Marafioti”. Due anni dopo riceve la commessa di eseguire il monumento funerario a Mary Somerville nel Cimitero degli Inglesi a Napoli, che consegna nel 1876. Anche il console svizzero Oscar Meuricoffre gli commissiona le decorazioni di Villa la Fiorita a Capodimonte; qui Jerace esegue un altorilievo in gesso nella volta del salone raffigurante le Quattro Stagioni, il camino monumentale in stile neorinascimentale e il gruppo di “Amore e Psiche” per la sovrapporta esterna.
In questo stesso periodo realizza anche qualche scultura, che ritrae soggetti dell’infanzia, come le diverse versioni del “Guappetiello” (1870 e 1877), “Sasà mio” (1875) e “Bambino scozzese con cane”, opere dal delicato naturalismo e dall’insinuante sentimentalismo.
Il tema dei bambini attrae molto gli artisti del tempo. Adriano Cecioni scolpisce il “Bambino col gallo” (1868), Vincenzo Gemito realizza il “Giocatore di carte” (1868) e il più noto “O pescatoriello” (1877), mentre Antonio Mancini dipinge “O prevetariello”  (1870).
Lo scugnizzo rappresenta l’immagine della spontaneità popolare, delle condizioni di vita di un’infanzia povera ma vivace, di una giovanissima umanità evocatrice di buoni sentimenti e foriera di solidarietà sociale. «Il Guappetiello di Jerace – scrive Helen
Zimmern nel 1886 sul londinese “The Art Journal” – di grandezza naturale, è un ragazzo di strada napoletano che, mozzicone di sigaro in bocca, pollici infilati nel giro di manica del suo panciotto, cammina impettito con provocante impertinenza per sfidare il mondo». L’opera riscuote un grande successo e per far fronte alle richieste di mercato
viene replicata in varie versioni; viene esposta alla Mostra Nazionale di Napoli del 1877 e all’Esposizione Universale di Parigi del 1878.
Il naturalismo si sposa con il socialismo e il mondo della gente comune entra nelle tematiche degli artisti. Jerace, tuttavia, non si abbandona ad un verismo crudo e denunciatario, ma è più attratto da un realismo idealizzato. Al radicalismo del vero praticato da Gemito, lo scultore calabrese preferisce un approccio classicheggiante, attento alle belle forme. Per questo motivo abbandona presto il filone sociale per preferire la scultura monumentale e soprattutto la ritrattistica femminile in cui esprime il meglio di sé.
A partire dalla “Victa”, realizzata nel 1880 per rappresentare la Polonia vinta ma non domata dopo la divisione fra Austria, Russia e Prussia, è un continuo vagheggiare il tema della donna. Il busto, che simula con una troncatura inferiore le sculture-reperti dell’antichità, riceve un premio di 3.000 lire alla Mostra Nazionale d’Arte Moderna di Torino dello stesso anno e raggiunge un tale successo presso i collezionisti da spingere
Jerace a realizzarne – pare – ben diciotto varianti in marmo: fra le più belle quella conservata a Napoli al Museo Civico di Castel Nuovo e quella di Reggio Calabria ubicata nel Palazzo della Provincia.Scrive Isabella Valente, la maggiore studiosa dell’opera di Jerace: «L’impianto della
Victa, aulico e nello stesso tempo vivo e vibrante, che convoglia la memoria di due
scultori agli antipodi, Angelini e Lista, fu per l’artista motivo di numerose commissioni (…) di ritratti esemplati su quel prototipo per preciso volere degli esponenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia europea ed extraeuropea, con cui era entrato in contatto».
È un crescendo di consensi e di richieste, che indirizzano la produzione di Jerace verso
una fase caratterizzata da busti femminili e da visi che incarnano quell’eterno femminino, fatto di fascino e di dolcezza, di dignità e di bellezza.
Prendono forma, così, “Marion”, “Mariella”, “La signorina Fletcher”, la Napoletana”  (1880), “Issionne” (1882), l’“Era di maggio” (1886), l’“Arianna” (1886), la
“Carmosina” (1891), l’”Ercolanea” (1891), la “Fiorita” (1891), “Miryam” (1894), la figlia “Vittoria” (1895), “Signora americana”, “Carlotta d’Asburgo” (1914), “Nosside” (1920), l’”Eroica” (1924) e tanti altri ritratti commissionatigli dalle esigenti dame della nobiltà europea.
Personaggi reali, figure tratte dalla letteratura (soprattutto dalle commedie di Alfred de Musset) e immagini simboliche costituiscono un vasto repertorio di marmi, gessi e
terrecotte, che modellano i volti intensi di una seduzione femminile senza tempo. Teste reclinate, mezzi busti o corpi a figura intera, giovinette o donne adulte tratteggiano
un ideale muliebre aggraziato e sensuale.
Con le fattezze fisiche viene colto un vario assortimento di sentimenti, tuttavia sempre contenuti, alla maniera classica, in cui, ad esempio, l’amore non è mai esuberante ma pensoso e indefinito. «È difficile – scrive Federico Verdinois sul “Brutium” nel 1924 a proposito dell’Eroica ma il discorso vale anche per altri ritratti femminili – fissare in termini definiti cosa sia (…) questa stupenda figura di vergine, intravista dallo scultore
nell’informe blocco marmoreo dov’era chiusa, e imperiosamente evocata alla vita.
È pensiero, è affetto, è poesia, è arte e soprattutto è bellezza. Bellezza plastica e spirituale, di forma e contenuto».
La stessa eleganza la si ritrova anche in alcuni saggi di scultura funeraria in particolare nella ricorrente figura dell’Angelo, come, ad esempio, quello della Cappella Greco di Cosenza (1900).
La grazia dell’Angelo che accoglie il fanciullo morto allude più ad un Angelo Custode che all’Angelo della Morte. Non c’è nulla di terrificante in questo gruppo marmoreo, ma una
rilassante atmosfera di pace e di intensa spiritualità.
Traspare un senso di serenità e, al massimo, una velata malinconia. I morbidi corpi adolescenziali esprimono un sentimento languido e un realismo delicato da chiari richiami classicisti. Alla stessa maniera dell’“Angelo con panneggio” della Tomba
Compagna nel Santuario della Madonna di Schiavonea a Corigliano Calabro (1885).
Di questi angeli di Jerace così scrive nel 1924 Alfonso Frangipane: «Sono candide creazioni di amore, di grazia, di misticismo sereno e profondamente umano, volti adolescenti un po’ reclinati, con soavità quasi portanti il peso delle folte chiome inanellate; pupille abbassate, piene di ombra e di mistero; ali ampie e possenti come ampia e possente è la misericordia che spesso sopportano; mani bellissime, avvinte
con impeto di passione al simbolo del puro martirio».
Il linguaggio classicista attento alla purezza delle forme e all’armonia generale tiene sotto controllo le passioni forti; la verosimiglianza non vuol dire necessariamente verismo ma formalismo pensato.
Anche nella “Decapitazione di San Gennaro” e nel “Miracolo delle reliquie” sul fregio della facciata del Duomo di Napoli (1904) Jerace affronta il tema della morte non come tragedia umana ma come scelta mistica e come trionfo della Fede.
Allo stesso senso eroico della vita si ispira anche il “Trionfo di Germanico”, un marmo
eseguito nel 1880 ed esposto alla Mostra Nazionale di Torino dello stesso anno, a
Londra nel 1988 e all’Esposizione Universale di Parigi del 1900.
In quest’opera, oggi conservata nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma l’artista celebra la vittoria di Giulio Cesare Germanico nel 16 d.C. sulle tribù germaniche, come rivincita della sconfitta di Varo avvenuta sette anni prima.
Il legato imperiale romano è immortalato di spalle mentre incide con un punteruolo il
proprio nome sulla pietra.

Quando Jerace muore ottantatreenne a Napoli nel 1937 l’Ottocento è ormai lontano con
la sua cultura e la sua storia. Sopravvissuto ad una stagione di grandi cambiamenti l’artista calabrese si porta dietro un retaggio linguistico ed un’identità fatta di poetiche pre-moderne, che egli ha saputo custodire con una dedizione d’altri tempi e rielaborare
in termini di purismo estetico.
Nella sua lunga attività ha prodotto una cospicua quantità di sculture pubbliche, di monumenti civili, di opere religiose, di ritratti di ogni tipo. Si è cimentato anche con successo nella pittura di cui ha lasciato splendidi saggi come “Cosarella” (1884), alias Anna Cutolo, la modella degli artisti napoletani andata poi sposa a Vincenzo Gemito.
Non gli sono mancate neanche le mostre all’estero come la già citata esposizione di Parigi del 1878, ma anche quelle di Melbourne nel 1880, di Monaco di Baviera nel 1893, 1895 e 1900, di Vienna e di Anversa nel 1894, di Barcellona nel 1896, ancora di Parigi nel 1900, di S. Louis nel 1904. E soprattutto la ripetuta presenza alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (1895, 1897, 1899, 1903, 1905, 1907, 1909, 1920 e 1926) che gli dedica  nell’edizione del 1914 una mostra personale.
Non si abbandona al verismo denunciato ma al realismo idealizzato Suo il gruppo bronzeo che troneggia a Roma sull’Altare della Pace.

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