Michele Maria Milano, intellettuale, studioso, letterato e liberale

Michele Maria Milano Franco D’Aragona, settimo figlio di Giovanni e Giovanna Evoli, nacque a Polistena e fu battezzato il 16 marzo 1778.
Giovanni Milano Franco D’Aragona padre del nostro Michele discendente di una antichissima famiglia (1) spagnola trapiantata a nel Regno delle Due Sicilie, al seguito di Alfonso D’Aragona, fu signore e ottavo marchese di S. Giorgio Morgeto, quarto marchese di Polistena, terzo principe di Ardore e principe del Sacro Romano Impero. Francesco Eboli italianizzato in Evoli, duca di Castropignano (2), padre di Giovanna Evoli, fu luogotenente generale della Cavalleria napoletana alla battaglia vittoriosa di Bitonto del 24 maggio 1734, contro gli austriaci per la conquista della Puglia; comandante delle milizie napoletane che occuparono Pescara, sempre contro gli Austriaci, in data 28 luglio 1734, e capitano generale delle milizie napoletane alla battaglia vittoriosa di Velletri del 10 agosto 1744, sempre contro gli austriaci. Fino all’ età di cinque anni il nostro Michele, rimase a Polistena con la madre e il padre, e qualche mese prima del terribile terremoto del 5.2.1783, con la famiglia si trasferì a Napoli. All’età di circa sette anni fu affidato alle cure di due dottissimi uomini, l’abate Don Francesco Passarelli e l’abate Don Francesco Saverio Pepe (3), i quali in precedenza avevano educato e istruito i due fratelli maggiori Giacomo e Francesco Maria.

Il nostro Michele crebbe, gracile e alquanto malaticcio, in compenso però madre natura lo dotò di una intelligenza precocissima. Fece tutti gli studi alle dipendenze dei sopra lodati precettori, con una facilità e rapidità d’apprendimento sorprendenti, dedicò l’infanzia e l’adolescenza agli studi, specie di classici latini e greci, che dovevano poi creare in lui quel senso di grande umanità che lo ispiravano in tutti i lavori. Unitamente al fratello Francesco Maria (4) (il fratello Giacomo era già morto), trascorreva buona parte delle sue vacanze, nei feudi di proprietà della famiglia tra S. Giorgio Morgeto, Polistena, Galatro e Ardore, interessandosi e sollecitando gli aiuti che la famiglia poteva dare ai terremotati. A seguito della morte dei genitori il fratello maggiore fu costretto a metterlo nel Collegio Clementino di Napoli, diretto dai padri Somaschi.

Entrando nel Collegio, come era consuetudine dei padri Somaschi, fu da questi sottoposto ad un esame generale, ma grande fu la loro sorpresa quando l’interrogarono nel greco antico e nella lingua latina e constatarono che la preparazione del ragazzo aveva messo in imbarazzo gli stessi padri esaminatori. Durante la permanenza nel collegio clementi no il nostro Michele perdette il poco appetito che possedeva, era diventato molto più magro, nervoso e aveva anche perduta la ferrea volontà di studiare. Il fratello maggiore davanti a questo stato di cose, si vide costretto, anche su consiglio dei padri Somaschi, a ritirarlo dal Collegio ed affidarlo ancora una volta alle cure dei due precedenti istitutori. Il ragazzo, rientrato nelle mura domestiche, in un tempo brevissimo si riprese completamente, anche con l’aiuto dell’ abate Passarelli e dell’ abate Pepe. All’età di diciotto anni completò i suoi studi, con un bagaglio di nozioni, cognizioni e conoscenze che difficilmente si potevano trovare anche in un professore universitario. Correva l’anno 1798, anno in cui le nuove idee nate dalla rivoluzione francese, si erano trasferite e divulgate in Italia, con una rapidità sorprendente e subito abbracciate dalla gioventù studiosa del Regno delle Due Sicilie e di una parte degli uomini di cultura. Il nostro giovane Michele il quale non rimase immune del contagio di queste nuove idee, continuò a frequentare la casa del suo ex istitutore e istruttore abate Don Francesco Passarelli, dal quale assimilò oltre la dottrina anche le idee. In questo periodo il Conte Michele Milano scrisse due Saggi, il primo “Sulla cultura delle nazioni” e l’altro “Sui mezzi per rendere forte una nazione” saggi che rimasero manoscritti e non vennero mai pubblicati. In seguito alle idee abbracciate dal giovane Michele, in casa dei principi di Milano, si formarono due schieramenti, uno formato dal fratello maggiore Francesco, ufficiale nell’ esercito borbonico, quale difensore della casa borbonica, e l’altro schieramento formato dai due fratelli minori Michele e Raffaele, quali propugnatori e difensori delle nuove idee e dottrine provenienti dalla Francia. Il principe (Francesco allo scopo di tenere il fratello Michele lontano dall’acceso ambiente napoletano, rinviò in Calabria con il pretesto di fargli seguire un poco più da vicino l’amministrazione dei loro feudi.

Giunto che fu a Polistena il nostro Michele, di tutto si occupò meno che dell’ amministrazione dei beni della famiglia. A Polistena, Galatro, Casalnuovo, così allora si chiamava l’odierna Cittanova, tre centri che abitualmente frequentava, trovò che una parte considerevole delle famiglie dei galantuomini, non erano legittimiste, ma bensì filo giacobine. Intrecciò subito rapporti con i maggiorenti di queste nuove idee, nei vari centri della Piana, e per il prestigio del suo cognome e per la posizione di cui godeva, venne considerato il capo spirituale e morale del movimento giacobino.

Le notizie che pervenivano a Polistena da Reggio Calabria e Monteleone (Vibo Valentia), erano lusinghiere, mentre tardavano ad arrivare quelle provenienti da Napoli. Mentre erano in tale attesa, giungevano anche da Napoli buone nuove; i principi reali Francesco e Leopoldo, via terra attraverso la Campania, la Basilicata e la Calabria, avevano raggiunto Messina. Ferdinando IV di notte tempo, aveva lasciato Napoli diretto a Palermo, seguito dalla regina Maria Carolina e delle principesse reali. Dopo qualche giorno dalla proclamazione della Repubblica Partenopea, awenuta in data 22.1.1799 anche a Polistena i giacobini innalzarono l’albero della libertà artefici Michele e Raffaele Milano, Don Nicola Ierace, Don Girolamo lerace, Don Francesco Antonio Grio, Don Gaetano Lombardo, Don Michele Maria Valenzise, Don Giuseppe Rodinò e Don Giuseppe Antonio Pilogallo, avvenimento particolarmente seguito da parte della gioventù studiosa e delle famiglie dei galantuomini.

L’albero (5) della libertà rimase innalzato a Polistena non molti giorni, in quanto fin dai primissimi giorni del mese di febbraio 1799, il Cardinale Fabrizio Ruffo, alla testa di volontari calabresi, si era messo in marcia da Pezzo alla conquista di Napoli e del Regno. Appena queste notizie giunsero a Polistena, alcuni rappresentanti del clero, tra i più conservatori e retrivi, che in un primo momento si erano mostrati accondiscendenti nei riguardi dei giacobini, cambiarono immediatamente atteggiamento accusando i giacobini con i più spietati aggettivi, e organizzando nella stessa Polistena, un movimento e una sollevazione contro i fratelli Milano e tutti gli altri appartenenti al motO giacobino. Questo movimento, voluto e organizzato da alcuni rappresentanti del clero,si allargò a macchia d’olio in alcuni paesi della Piana, costringendo le forze giacobine a lasciare i loro paesi e trasferirsi a Monteleone ove tentare una resistenza contro le masse del cardinale Ruffo.

Questi gruppi di giacobini, appartenenti ai paesi della Piana di Gioia Tauro, si stavano trasferendo verso Monteleone, Via Mileto, con personale dipendente e con cavalli ed asini carichi di ogni ben di Dio, giunti che furono tra i paesi di Pedavoli (Delianova) e Paravati, vennero prima fermati e poi circondati dalle popolazioni locali armate di armi bianche e comandate dal capo banda Tobia Solano di Paravati e dal sacerdote Antonio Raffo de Marte, il quale portava alla cinta due pistole e in mano il crocifisso si dichiarava comandante dell’ avanguardia dell’ Armata Cristiana.

I giacobini (6) si sforzarono di parlamentare con i due capibanda e il Conte Milano si dichiarò anche nipote del vescovo di Mileto Enrico Capece Minutolo, ma tutto fu inutile. In brevissimo tempo alcuni di loro, Don Michele Milano di Polistena, Don Girolamo lerace di Polistena, Don Nicola lerace di Polistena, Don Gaetano Lombardo di Polistena, Don Francesco Antonio Grio di Polistena, Don Giuseppe Antonio Ferraro di Galatro, Don Giovanni Francesco Ferraro di Galatro, Don Domenico Raso di Casalnuovo, Don Giovanni Richichi di Pedavoli, Don Giuseppe Franzè di Laureana, Don Carlo Augimeri di Palmi, Don Michele Grimaldi di S. Eufemia e Don Giuseppe Albanese di Fabrizia, quattordici in tutto, furono disarmati e spogliati di tutti i loro averi, e rinchiusi in una casina di proprietà dei Signori Fazzari di Tropea, mentre altri di loro, muniti di buoni cavalli riuscirono a scappare. Poiché la cattura dei giacobini avvenne tra i territori di Pedavoli e Paravati, sorse immediatamente tra i due capibanda un conflitto di competenza a chi di loro due spettasse la consegna del bottino, dodicimila ducati in denaro liquido sequestrato e confiscato ai giacobini. Il giorno successivo, i quattordici prigionieri vennero avviati verso Rosarno e consegnati al Cardinale Fabrizio Ruffo, il quale, li fece trasferire nella cittadella di Messina e successivamente, meno il Conte Michele Milano, nell’isola di Favignana. Il Conte Michele Milano trascorse nelle prigioni della cittadella di Messina circa ventiquattro mesi di prigionia. Dopo circa tre mesi dal suo arrivo nella cittadella di Messina la sua cella fu allietata dall’ arrivo di un secondo illustre prigioniero, il celebre geologo e naturalista francese Dolomieu (7). Il Dolomieu rientrava per mare dall’Egitto, dove si era recato circa due anni prima al seguito di Napoleone Bonaparte, ma la nave sulla quale viaggiava, venne sorpresa da una violenta tempesta e sbattuta nelle vicinanze di Taranto e costretta dalle circostanze a rifugiarsi in quel porto, dove venne catturata con tutti gli uomini dell’ equipaggio e i passeggeri. Il Dolomieu, prigioniero illustre, per misura di sicurezza, venne trasferito nella sicura cittadella di Messina.Tra il naturalista francese ed il giovane Milano, s’instaurò e si contrasse subito un’amicizia viva, cordiale, tenera, che non si raffreddò mai, se non per la morte del Dolomieu.

Il Dolomieu consigliò il suo amico di abbandonare completamente la politica e di dedicarsi allo studio della natura, e volle essere anche il suo maestro.

Da quel momento la principale e unica occupazione del Conte Milano, fu quella dello studio delle “Scienze Naturali. A seguito dell’applicazione del Trattato di pace di Firenze 23.3.1801, il geologo francese e il Milano vennero messi in libertà. Il Dolomieu raggiunse la Francia, via mare, mentre il Milano raggiunse la sua famiglia, a Napoli.

A Napoli il Milano rimase poco tempo, in quanto la famiglia l’inviò in Spagna, nella regione di Valencia, a tutelare alcuni rilevanti interessi, ove era anche in quel periodo un suo zio, governatore militare di quella regione. Ritornato a Napoli dopo aver sistemato alcuni affari familiari, riprese il suo studio sulle scienze naturali, e, nel 1804, pubblicò in Roma ‘Introduzione allo studio della natura” (8) con la quale pubblicazione si proponeva di esporre con metodo facile e comprensivo le nozioni elementari attinen ti la geologia e la metereologia. Il lavoro non ebbe il successo sperato ma ebbe il merito di aver messo in evidenza il cognome del giovane autore. Sedeva sul trono del Regno delle Due Sicilie Giuseppe Bonaparte, uomo dotato di cultuta e di idee di rinnovamento, il quale dispose che il personale da assumere e da destinare alla Corte Reale, venisse scelto tra coloro che eccellevano nelle lettere, nelle scienze e nelle arti. Tra questi venne anche scelto il Conte Michele Milano, il quale, per la conoscenza delle diverse lingue, venne nominato ciambellano e introduttore degli ambasciatori stranieri. Successivamente venne nominato Cavaliere del Nuovo Ordine Equestre, istituito da Giuseppe Bonaparte. Ma l’avvenimento che enormemente lo rese felice e l’inorgogll, fu la costituzione, sempre per opera di Giuseppe Bonaparte, del Reale Istituto d’incoraggiamento delle Scienze Naturali di cui lui fu uno dei primi soci fondatori nella classe delle Scienze Naturali. All’inaugurazione del Reale Istituto, alla presenza del Re e delle più alte cariche del regno, il conte Michele Milano, lesse una dotta relazione “Memoria geologica su la Calabria Ulteriore” in cui trattò della parte più meridionale degli Appennini, zona completamente dimenticata da parte degli studiosi, con grave danno per la scienza e per l’economia del regno.

Con decreto di Napoleone Bonaparte, il fratello Giuseppe fu destinato a regnare sulla Spagna e con altro decreto gli successe a Napoli Gioacchino Murat, il quale non appena giunto a Napoli e seduto sul trono, nominò il 4 ottobre 1808, il ciambellano e introduttore degli ambasciatori stranieri, Michele Milano, intendente della Terra d’Otranto, una delle più belle, più colte e più ricche province del Regno delle Due Sicilie. Il conte Michele Milano, giunto a Lecce, preceduto da ottima fama, fu accolto con segni di riverenza ed amore, ed egli rispose alle aspettative della popolazione di Terra d’Otranto, mostrandosi in tutte le occasioni e le occorrenze, il padre, il protettore e l’amico. Fondò in moltissimi paesi della provincia di Lecce scuole per fanciulli e fanciulle, istituì la Società economica, compose i consigli comunali con i cittadini piùnotabili per moralità e cultura. A seguito di continui attacchi di gotta e ad esigenze di carattere prettamente familiare, fu costretto, nel mese di febbraio del 1811, a dimettersi dalla carica di intendente e rientrare a Napoli. A Napoli, dopo qualche tempo, sposòla signorina Maria Liberata, figlia unica del marchese De Turris, direttore generale dei dazi indiretti, il quale pose una sola condizione al matrimonio della figlia, quella che la nuova coppia di sposi dovesse coabitare con lui. Nel 1813 perdette il suo caro maestro e amico Don Francesco Passarelli, e a breve distanza di tempo, sempre nel 1813, dopo quindici mesi di matrimonio, ebbe la gioia della nascita della prima figlia, alla quale impose il nome di Francesca, ma nel contempo il dolore di perdere l’adorata moglie Maria Liberata De Turris. Preso dalla paura, dallo sgomento, dallo sconforto e dalla tristezza si ritirò presso una sua villa nelle vicinanze di Portici, e trovò sfogo e conforto al suo grande dolore, solamente nei suoi studi prediletti; in questo periodo diede alle stampe una novella pastorale intitolata “Fatalità’: Rifiutò categoricamente i ripetuti inviti da parte delle autorità costituite di governo e di amici, ad assumere e rivestire cariche di responsabilità e di prestigio. Nel 1814 pubblicò una raccolta di poesie che intitolò “Ozii poetici” (9). Rientrato a Napoli, dalla vicina Portici, anche su consiglio di parenti ed amici, continuò ad attendere ai suoi studi preferiti e alla educazione della figlioletta Francesca. In questo periodo trascorreva le giornate, leggendo e rileggendo tutti i moralisti, antichi e moderni, che gli capitavano per le mani, ma soprattutto i Ricordi di Marco Aurelio Antonino, nel testo greco. Il Milano oltre a leggere e rileggere i Ricordi di Marco Aurelio Antonino, si diede anche a tradurre il testo greco neJla lingua italiana, lavoro non facile, anche per lui profondo conoscitore della lingua greca antica. Contemporaneamente al lavoro aureliano di traduzione, si occupò di mettere in ordine tutti gli appunti e i rilevamenti osservati e rilevati nei ritagli di tempo, durante la sua permanenza nella penisola salentina, relativi ai minerali, alle sorgive di acqua salsa e alle saline di Taranto, alle rocce vulcaniche, e dedicò un particolare capitolo alla natura del tufo di quella regione. Pubblicò detto lavoro sotto il titolo “Cenni geologici sulla provincia di Terra d’Otranto”(10), lavoro che dedicò al suo compagno di prigionia nella cittadella di Messina, l’insigne maestro ed amico Dolomieu. A distanza di qualche mese dal precedente lavoro sulla terra d’Otranto, il Conte Milano pubblicò un secondo importante lavoro, relativo alle sue osservazioni e rilevamenti nel territorio campano “Cenni geologici sul tenimento di Massa Lubrense” (11). Divise questa pubblicazione in nove capitoli e trattò particolarmente delle falde imbrifere della zona di Massa Lubrense e le cause dei continui smottamenti di terreno in quella zona. Ultimata questa pubblicazione, a seguito di pressioni da parte di suoi vecchi e cari amici calabresi, accettò qualche carica pubblica. Il Parlamento del Regno delle Due Sicilie, nella adunanza del 20 novembre 1820, nominò l’intendente Conte Michele Milano (12), consigliere di Stato per la Calabria Ulteriore Prima, odierna provincia di Reggio Calabria, unitamente al Tenente generale Luigi Arcovito (13) e al controllore delle Contribuzioni dirette, Domenico Muratore (14). Sciolto il Parlamento napoletano a seguito dell’ entrata delle truppe austriache in Napoli, l’intendente e consigliere di Stato Michele Milano, si ritirò definitivamente a vita privata e non volle più sentir parlare di politica, di cariche e incarichi pubblici. Sul finire del 1821, iniziò la pubblicazione con il testo greco a fronte, della traduzione italiana dei Ricordi di Marco Aurelio Antonino (15), con molte note e lusso tipografico.

Nel 1827, la sfortuna si accanl ancora una volta contro il Conte Michele Milano, con la morte prematura dell’unica amatissima figlia Francesca, quattordicenne. Nel 1830 pubblicò l’operetta intitolata i Borgia (16), nella quale pubblicazione fa la storia della sua famiglia e dei legami di parentela con la famiglia spagnola Borgia e con la famiglia reale D’Aragona. Nel 1832 a Napoli, unitamente a Cesare Dalbono, Luigi Blanch e Paolo Emilio 1mbriani, iniziò la sua collaborazione attiva e fattiva al periodico il “Progresso”fondato e diretto dal suo caro amico Giuseppe Ricciardi.

Nei primi numeri di detto periodico, il Milano pubblicò “Cenni sulla fisica sperimentale’: Nel 1838, a Napoli e successivamente a Firenze, fece pubblicare ‘1stituzioni di fisica” (17) in quanto destinate agli studenti degli atenei del Regno delle Due Sicilie e del Granducato di Toscana. Le istituzioni di fisica sono divise in sette libri: il primo libro tratta dei fondamenti della fisica naturale, il secondo tratta delle forze che si sprigionano dal calore, il terzo tratta dell’idrologia fisica, il quarto dell’ aerologia fisica, il quinto dell’ elettricità, il sesto del magnetismo e il settimo e ultimo della luce.Le Istituzioni di fisica furono dedicate alla memoria di Don Francesco Passarelli, suo maestro e amico. Sempre nel 1837, pubblicò la sua maggiore opera scientifico-letteraria, al tempo stesso, “Le cinque età della filosofia naturale” (18). La prima età va dai tempi antichissimi fino al tempo di Talete. La seconda età va da Talete fino al trasferimento della sede dell’impero romano a Costantinopoli. La terza età va dalla nuova sede dell’impero romano d’Oriente, Costantinopoli, fino ai tempi di Galileo Galilei. Nella quarta tratta di Galileo Galilei, Bacone e dello sviluppo delle idee e dei concetti di Newton. Nel quinto tratta del periodo aureo delle scienze naturali e delle prime grandi scoperte della chimica. Questo periodo in cui il Conte Michele Milano venne maggiormente colpito da lutti e avversità familiari, fu anche il periodo della sua maggiore e migliore produzione scientifica-letteraria. All’inizio dell’anno 1838, dà alle stampe “Vestibulo della teoria dell’Universo” (19), opera che dedicò alla memoria del suo secon do figlio Francesco nato dal suo secondo matrimonio con Lucia Talamo. Questo lavoro è diviso in due parti, la prima tratta delle sostanze dette imponderabili o eteree, mentre la seconda tratta della forza centrifuga e del magnetismo terrestre. L anno 1838 è stato un anno in cui la sfortuna si accanl in maniera particolare contro il Conte Michele Milano; all’inizio del 1838 perdette a seguito di una infermità non ben definita o mal curata la sua seconda compagna Lucia Talamo, mentre dava alla luce un bambino; bambino che decedette anche, dopo qualche mese dalla morte della madre. A tanto dolore, a tanto sconforto, e a tante preoccupazioni, si aggiunse anche la morte dell’ amatissimo fratello, Francesco Maria, tenente generale, deceduto in Napoli il 14 giugno 1838. Il Conte Milano a seguito dei lutti che lo avevano casi duramente colpito, abbandonò completamente tutti i suoi studi preferiti e prediletti per dedicarsi ai tre figlioletti superstiti, un maschio e due femmine, nati dal secondo matrimonio con Lucia Talamo. Il Milano oltre alle cure riservate ai tre figlio letti, dovette anche interessarsi non poco della sua mal ferma salute, gli attacchi di gotta che già aveva accusato fin da giovane, non gli dettero più un momento di tregua. Il Conte Michele Maria Milano mori in Napoli il 4 gennaio 1843, all’età di sessantacinque anni ancora non compiuti, lasciando in tenera età tre figlioletti, dei quali prese amorosa cura e tutela il nipote Giovanni principe di Ardore, ammiratore e estimatore, oltretutto, delle doti altissime di mente e di cuore di cui era dotato il defunto zio Michele Maria.

 NOTE:

1) Per comodità del lettore, riponiamo una scheletrica e non perfetta genealogia della famiglia Milano Franco D’Aragona, dall’epoca del suo trapianto nel regno delle Due Sicilie. Nel 1501, Federico D’Aragona, Re di Napoli, memore dei servigi resi e prestati dalla famiglia Milano, alla Reale Casa D’Aragona, investi Giacomo Milano, figlio di Ausia, della baronia di S. Giorgio Morgeto, con i casali di Polistena, S.Marina e S.Donato.

Il 12 maggio 1502, a seguito di accordi raggiunti tra i francesi di Luigi XII e gli Spagnoli di Ferdinando il Cattolico, la Calabria passò sotto il dominio di Ferdinando il Cattolico. Giacomo Milano, il quale aveva seguito e parteggiato per Federico D’Aragona, venne spodestato e spogliato della baronia di S.Giorgio Morgeto e dei suoi casali, che venne assegnata a Consalvo di Cordova, detto il Gran Capitano Giacomo Milano, spodestato dalla baronia, iniziò e promosse fin dal 1503, procedimento presso la Reale Camera della Sommaria di Napoli, tendente ad essere reintegrato nel possesso della Terra di S.Giorgio Morgeto. A parziale risarcimento del danno subìto, vennero concessi a

Giacomo Milano, e ai suoi successori, i diritti sulla privativa dei sali e dei fuochi, nella baronia di Cellino, come da istrumento del notaio c.Amalfitano di Napoli, del 3.6. 1507. Successe a Giacomo Milano, figlio di Ausia, morto senza lasciare figli, il fratello Baldassarre, coniugato con Maria Caracciolo, primo cameriere d’arme e Capitano della guardia del Duca di Calabria. A Baldassarre Milano, successe nella primogenitura della famiglia, il figlio Nicolò al quale successe un altro Baldassarre. In data 7 agosto 1560, Baldassarre Milano, figlio di Nicolò, a seguito del procedimento promosso dai suoi avi fin dal 1503, e continuato dai successori, contro la spoliazione, e successivamente, contro la cessione della baronia di S.Giorgio Morgeto, venne da parte

della Reale Camera della Sommaria di Napoli, immesso e reintegrato nel possesso della Terra di S.Giorgio e dei suoi casali – Baldassarre 1, secondo barone di S.Giorgio, coniugato con Laudomia Pignatelli, mori nel 1579. A Baldassarre I, successe il figlio Giacomo 11, maritato con Isabella Del Tufo, al quale il Re Filippo II concesse in data 8 febbraio 1593, il privilegio del titolo di Marchese, sulla terra di S.Giorgio Morgeto. A Giacomo II, deceduto il 7.8.1597, successe il figlio maggiore Baldassarre Il, secondo marchese di S.Giorgio, deceduto nel 1607 senza prole. A Baldassarre II, successe il fratello Giovanni. sposato con Alvina della Tolfa, che fu terzo marchese di S. Giorgio, e mori nel 1615.

A Giovanni I successe il figlio Giovandomenico, sposato con Placidia Franco, marchesa di Postiglione; Giovandomenico fu quarto Marchese di S.Giorgio e primo marchese di Polistena, a seguito del trasferimento del titolo di marchese di Postiglione, in quello di Polistena. A Giovandomenico Milano morto nel 1667, successe il figlio Giacomo In maritato con la siciliana Beatrice Ventimiglia, il quale fu quinto marchese di S.Giorgio, secondo marchese di Polistena e morì a Polistena, il 1693.

A Giacomo In successe il figlio Giovandomenico, sposato con Aloisia Gioemi, e fu sesto marchese di S.Giorgio, e terzo marchese di Polistena.

Giovandomenico Milano, acquistò con regio assenso del 16.2.1699, dagli eredi del principe M.Carafa Branciforte la terra di Ardore con i relativi casali, per la somma di cinquantamila ducati. Re Filippo V con privilegio del 30 luglio 1702 concesse a Giandomenico Milano il titolo di Principe, e in data 7 maggio 1731, l’imperatore Carlo VI, concesse sempre a Giovandomenico Milano, il titolo di Principe del Sacro Romano Impero, nonché il diritto, per sé e per i suoi successori, di battere moneta.

Il principe Giovandomenico, morì nel 1740, e fu sepolto nella sagrestia della Basilica di S.Domenico Maggiore a Napoli. Giacomo N, secondo principe di Ardore eo del Sacro Romano Impero, nacque a Polistena il4 Maggio 1699 e sposò Enrica Caracciolo; fu ambasciatore presso la Corte di Francia a Parigi e presso la Real Corte di Svezia, fu governatore della città di Napoli e Reggente della Vicariao Mori nel 1780 e venne sepolto come il padre, nella sagrestia della Basilica di S. Domenico Maggiore a Napoli, dove in una pittura murale si può anche vedere la sua effige. A Giacomo IV, successe il figlio Giovanni Milano che fu ottavo Marchese di S. Giorgio, quinto marchese di Polistena, terzo principe di Ardore e del Sacro Romano Impero.

All’opera del principe Giovanni Milano si deve in parte la ricostruzione di Polistena, dopo il terremoto del 5.2.1783 e la scelta del luogo sul quale ancora oggi è ubicata. Giovanni Milano sposò Giovanna Evoli, e da questo matrimonio .nacquero otto figli, quattro femmine e quattro maschi. I maschi furono Giacomo, primogenito, coniugato con Teresa Albertini e morto in giovane età;.Francesco Maria nato il 16.3.1765 e morto a Napoli il 14.6.1838; Michele Maria nato il 16.3.1778 e morto il 4.1.1843; il quarto figlio fu Raffaele. Alla morte di Giovanni Milano, terzo principe di Ardore e del Sacro Romano Impero, successe il nipote, Giovanni (1784 -1852), figlio di Giacomo Milano e Teresa Albertini, che fu quarto principe di Ardore e del Sacro Romano Impero ed anche ultimo intestatario.

2) Gleijeses Vittorio, Carlo di Borbone Re di Napoli – Napoli 1976 – pag. 67 e 87.

3) De Nicola Carlo, Diario Napoletano – Napoli 1963 – pag. 49

4) Francesco Maria Milano Franco D’Aragona, duca di Santo Paolo nacque il 14.9.1765 – ufficiale nell’esercito borbonico raggiunse il grado di tenente generale – Sposò Anna Filangieri – fu governatore di Gaeta – Coltivò la musica e la poesia – Morì a Napoli il 14.6.1838.

 5) De Nicola Carlo, op. cito pag. 76.

 6) Calcaterra Antonino, Memorie istorico militari del colonnello Antonino Calcaterra, dal 1799 al 1822 – Polistena 1923 – pag. 24 – .5.

 7) Deudonné Silvain Guy Tancrede De Gratet de Dolornieu r.acque nel Castello di Dolomieu il 23.3.1750- geologo e naturalista francese di grande fama. Fece parte della spedizione in Egitto con Napoleone e vi soggiornò due anni. Durante la sua prigionia a Messina scrisse ‘Introduzione alla filosofia mineralogica” Sue opere sul territorio italiano sono: l) Viaggio alleisole di Lipari 1783; 2) Memorie sui terremoti in Calabria nel 1784 – Napoli 1783 3) Memorie sulle isole di Ponza e le rocce vulcaniche dell’Etna (1788), 4) Ultimo viaggio sulle Alpi, pubblicato dopo la sua morte. Morì a Chateauneuf il 16.11.180 l.

 8) Introduzione allo studio della Natura del Conte Michele Milano D’Aragona – Roma 1804 presso Lazzarini Stampatore della ReA. con licenza dei superiori.

 9) Ozii del Conte Michele Milano – Napoli dalla Stamperia di Angelo Trani, 1814.

 10) Cenni geologici sulla provincia di Terra d ‘Otranto del Conte Michele Milano – Livorno presso Glauco Masi, 1820.

 11) Cenni geologici sul tenimento di Massa Lubrense del Conte Michele Milano – Napoli, presso Vincenzo Orsino,1820.

 12) Colletta Carlo – Diario del Parlamento Nazionale delle Due Sicilie, negli anni 1820 – 1821 – Napoli, 1864.

 13) Tenente generale barone Luigi Arcovito, nacque a Reggio Calabria il 29.5.1766 e mori a Napoli 19/3/1834.

 14) Domenico Muratore nacque a Casalnuovo (Cittanova) il 27.7.1777 Fu uno degli eroici difensori del Fortino del Vigliena. Avvocato. Controllore delle Contribuzioni dirette della Calabria Ulteriore Prima – Intendente della Provincia di Reggio Calabria – Deputato al Parlamento del Regno delle Due Sicilie – Morì nelle prigioni del Castello di Reggio Calabria il 4.11.1850

La biografia del Conte Michele Maria Milano, è tratta dal libro: “Biografie di uomini illustri di Calabria” scritto da Vincenzo Mezzatesta (Gangemi editore)

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